Un delfino mai nato

Il rapporto tra nautica e industrial design si può declinare in molti modi: dalla progettazione alla razionalizzazione della produzione, dal concept e dall’ideazione alla realizzazione tecnica di scafi, carene, cantieri, service ecc. Una sola volta nella storia, però, uno straordinario progettista industriale ha studiato una pubblicazione dedicata interamente al mare, al “nostro” mondo di Antonio Soccol

Ha detto al gestore di un blog di design: «Domanda un po’ cos’è uno scolapasta, insomma cosa significa per i tuoi lettori la parola progetto. Chi si firma oggi progettista, cosa intende con questo termine?», e ci sono state non so più quante risposte, una delle quali diceva: «Non è la domanda che mi preoccupa, quanto il fatto che a porla sia stato lui». Lui è Enzo Mari.

Se in quei giorni foste andati a Torino, avreste potuto vedere la mostra antologica delle cose che questo straordinario industrial designer ha progettato. L’ampia mostra intitolata “L’arte del design” si è svolta alla Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino (fino al 6 gennaio 2009), e ha ospitato i lavori di Mari, definito anche la «coscienza critica del design». A questo proposito, Alessandra Rolle ha scritto su Il Sole-24 ore: «Una mostra che sintetizza mezzo secolo di progetti e che si snoda attraverso un percorso espositivo all’insegna delle due principali linee dell’operare mariano: quella dei lavori eseguiti su “richiesta implicita”, ossia nati da un richiamo personale e interiore cui Mari risponde con creazioni entrate a far parte della storia dell’Arte Contemporanea; e quella invece delle opere su “richiesta esplicita”, per aziende, enti pubblici e imprese di produzione. Nato nel 1932 nel Novarese, vincitore di quattro Compassi d’oro, puntualmente invitato a tutte le Biennali di Venezia e infine insegnante alla Scuola Umanitaria di Milano, Mari è insieme designer e attento ricercatore di forme, linee e materiali in grado di creare una liaison tra il suo personale pensiero e la società.

“La forma è il tutto – scrive. – È la forma che mi porta a indagare, capire, le pulsioni ideologiche e politiche”: un’espressione che meglio di qualsiasi altra ci porta a comprendere il suo ruolo di “tecnico al servizio della società”.

Un personaggio silenzioso, Mari. Da raccontare, rincorrere e interpretare, come suggerisce Enrico Regazzoni nel catalogo che accompagna la mostra, attraverso gli oggetti che ha lasciato nel gran mare del mercato come messaggi in bottiglia. Ma un personaggio che, soprattutto, non ha mai abbandonato la speranza di poter sovvertire politicamente il mondo, per ricondurlo a destini di uguaglianza e felicità».

Ce n’erano moltissimi di “messaggi in bottiglia” a Torino. Tutti. Meno uno. Poi vi dico qual è. Ma prima lasciatemi ricordare quello che Mari ha dichiarato una sera al Tg1 della Rai. «Fare disegno industriale è andare oltre il progetto: quando il posacenere è entrato a casa mia… ho smesso di fumare».

Fumava quando abbiamo lavorato assieme per quasi tre mesi, nel 1985. E, tabagista quale sono, fumavo anch’io. Non ricordo dove mettevamo la cenere delle nostre sigarette. Ricordo cosa stavamo facendo: un giornale. O meglio, una rivista. Da poco ero uscito dalla stupenda quanto economicamente sciagurata avventura editoriale che avevo tentato pubblicando la rivista Sesto Continente: ero pieno di debiti e di rabbia. Sfido chiunque a dimostrare che mai ci sia stata o ci possa in futuro essere pubblicazione dedicata al mare più bella di quella. Ma siccome non plaudivo alla caccia subacquea e sostenevo invece la fotosub, il cinesub, l’archeosub eccetera, le industrie di quel settore mi boicottavano (niente pubblicità) e combattevano. Per cinque anni ero riuscito a resistere, poi avevo dovuto buttare la spugna. Ma non volevo che finisse così: non era giusto. Non per me (chisenefrega di un uomo) quanto per il futuro del mare. Per questo ne avevo parlato con Lio Rubini, un grande ligure, allora vicepresidente del Gruppo la Repubblica-L’Espresso. «La facciamo noi una rivista per il mare», mi disse quell’uomo eccezionale. E aggiunse: «Ma non un mensile come tanti altri. Lo studiamo come un prodotto di disegno industriale: mi piacerebbe che a studiarla, questa rivista, fosse Achille Castiglioni».

Era come dire il numero uno in assoluto: aveva già vinto ben otto “Compassi d’oro” che sono gli Oscar del disegno industriale. (E qualche anno dopo, nel 1989, avrebbe avuto un nono Compasso d’oro, come menzione speciale alla professione dedicata al design, con la seguente motivazione: «Per aver innalzato, attraverso la sua insostituibile esperienza, il design ai valori più alti della cultura».)

«Lo conosco, siamo amici», risposi trionfante perché con Achille (“Cicci” per gli amici) ci vedevamo a cena, al ristorante “da Lino” di Guido Buriassi (che proprio lui aveva disegnato e progettato, dalle stoviglie all’illuminazione, dai tavoli alle sedie), quasi tutte le settimane. E così ne parlai subito, subito con quel “numero uno”. «Per Castiglioni anche l’insegnamento era una pratica creativa. Il modo unico e prezioso di trasmettere il suo sapere ai giovani era la testimonianza di una personalità eccezionale anche per la consapevolezza della centralità della circolazione dei saperi nella società contemporanea», così recita un comunicato stampa che, di recente, annunciava una sua mostra retrospettiva (Castiglioni è morto nel 2002) alla Triennale di Milano.

«Spesso inizio le mie lezioni dicendo ai miei studenti: questo giornale quotidiano, quale che sia il suo titolo, è per antonomasia uno prodotto di disegno industriale… Figurati dunque se non mi piacerebbe applicarmi al progetto di una testata mensile, per di più dedicata al mare. Ma davvero non ho tempo: sono troppo impegnato su troppi fronti», mi gelò “Cicci” Castiglioni ma subito aggiunse: «Posso però suggerirti un ottimo collega. Bravissimo».

Quando riferii il tutto all’amico Lio Rubini, non si diede per vinto: «Castiglioni, per favore portamelo qui. Voglio conoscerlo anch’io e magari vedere se dice di no anche a me…». Glielo portai, ma “Cicci” non poteva proprio: «Se volete, potete fare un ottimo lavoro con Enzo Mari», ci disse.

Decidemmo che il “titolo di lavoro” di questa futura rivista di mare sarebbe stato Il delfino, ma solo perché in quegli anni aveva avuto un nobile successo la rivista L’airone e così sembrava che il nome di un animale-simbolo fosse idoneo e opportuno. Contattai Enzo Mari, lo incontrai nel suo studio in piazzale Baracca a Milano (dove ancora oggi lavora) e accettò di studiare Il delfino. Lavorammo assieme tre mesi. Straordinari, intensi, affascinanti. Forse unici nella storia del giornalismo italiano. Poi, alla fine, preparai un piano editoriale per quelli che sarebbero stati i contenuti, le firme dei giornalisti, i fotografi e i personaggi famosi che avrebbero collaborato: il primo dell’elenco era il comandante J. Y. Cousteau che mi aveva già garantito la sua partecipazione all’ambizioso progetto.

Per Enzo Mari questi elementi erano però quasi un dettaglio. Quanto lo era la grafica. Entrambi erano considerati importanti ma non fondamentali. A contare, per lui, erano il formato, la copertina, gli “strilli” (i titolini) della stessa, la sequenza delle rubriche, degli articoli, l’ultima pagina di testo eccetera. Scrivo “eccetera” perché, sia pure a distanza di oltre ventiquattro anni, non mi va di svelare quei nostri “segreti”.

Lio Rubini mi fece scrivere il piano editoriale tre volte. Glielo portavo, lo leggevamo assieme, lo miglioravamo e io lo riscrivevo (non c’erano allora i computer e si doveva ripartire da pagina 1 e “sbattere” con vigore sulla Olivetti 32).

Finalmente approdammo alla versione finale e Rubini partì con quella e con la relazione-studio di Enzo Mari per Roma dove ci sarebbe stato il Consiglio d’amministrazione della casa editrice. «Prepara lo champagne», mi disse prima di prendere l’aereo, sicuro e fiducioso come sempre.

Ma non ci fu alcun festeggiamento: Marco Benedetto, da poco amministratore delegato del Gruppo “la Repubblica-L’Espresso”, convinse, proprio in quella occasione, i consiglieri a chiudere tutti i mensili della casa editrice già esistenti, a rifiutare e bocciare ogni nuovo progetto e a concentrare tutti gli sforzi di uomini e di economie per dichiarare guerra (in contenuti, gadget e tirature) al Corriere della Sera e portare così la Repubblica a essere il primo e più diffuso quotidiano d’Italia.

Per questo Il delfino non è mai nato e il mare non ha avuto la rivista che si meritava. E per questo il menabò di questo mensile non era esposto a Torino nella personale di Enzo Mari, l’unico industrial designer italiano ad aver studiato una pubblicazione dedicata all’habitat dei delfini e dei loro compaesani mammiferi, pesci o crostacei che siano; alle barche, alla nautica in genere. Al “nostro mondo”, insomma. Un vero peccato. Una straordinaria occasione mancata. Ma che esperienza, ragazzi.

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