Pirateria somala
«Io e la Somalia contro il mondo, io e il mio clan contro la Somalia, io e la mia famiglia contro il mio clan, io e mio fratello contro la mia famiglia, io contro mio fratello». Questo antico detto racchiude in sé tutte le cause etniche e tribali alla base del dramma di una nazione che da decenni è uno “stato fallito”, privo di governo e in preda alla totale anarchia
di Angelo Venturi
La Somalia e la sua tragedia umanitaria sono state dimenticate dal mondo intero per decenni, sino a quando, da pochi anni a questa parte, sono tornate sotto i riflettori dei media internazionali per via del fenomeno della pirateria. Per chi è familiare con le acque tanto paradisiache quanto infide del Corno d’Africa, la percezione del pericolo costituito dai pirati è evidente: mossi da un’avidità incredibile, i predoni africani sono estremamente abili, armati fino ai denti e, soprattutto, in grado di agire a centinaia di miglia dalle loro basi, ubicate lungo le coste settentrionali e orientali della Somalia. Non solo il golfo di Aden è estremamente pericoloso, ma l’intero oceano Indiano e lo stretto del Madagascar sono campi di caccia per i moderni pirati. Tuttavia, molti naviganti sottovalutano questo pericolo, venendo così attaccati: la barca a vela francese Tanit, ad esempio, fu sequestrata nel 2009, e solamente grazie a un blitz delle teste di cuoio d’Oltralpe fu poi liberata, al prezzo della vita di uno degli ostaggi.
Ma qual è il modus operandi dei pirati? Occorre sottolineare, innanzitutto, che si tratta per lo più di pescatori, guerriglieri o semplici disperati che preferiscono rischiare di morire di fame e di sete per mare, a bordo di minuscole barchette fuoribordo, piuttosto che continuare una vita senza speranza alcuna. Da ciò deriva una determinazione incredibile, che li porta a posizionarsi lungo le rotte commerciali per attendere in agguato anche per settimane il transito di un potenziale bersaglio. Se un mercantile o un’imbarcazione di passaggio sono sufficientemente lenti e dotati di un bordo libero non troppo alto, i pirati si lanciano all’inseguimento, affiancano la vittima e aprono il fuoco con kalashnikov e lanciarazzi a scopo intimidatorio. Nel frattempo impiegano scale e rampini per salire l’opera morta della loro preda: una volta raggiunta la plancia e puntate le armi contro l’equipaggio, i pirati conducono nave e ostaggi verso le coste somale, dove li trattengono sino al pagamento del riscatto, che avviene anche dopo mesi di complesse intermediazioni.
La forza di questi uomini non sta soltanto nella loro determinazione, ma anche nei numeri: sono migliaia, e grazie alla lucrosità del business, saranno verosimilmente sempre di più. La portata del fenomeno è tale da renderne impossibile una soluzione tramite l’uso della forza: da anni decine di navi militari appartenenti alle nazioni più disparate (Italia compresa) incrociano nelle acque del golfo di Aden e dell’oceano Indiano, nel vano tentativo di reprimere il fenomeno della pirateria. Sebbene i risultati conseguiti in termini di contenimento del fenomeno siano stati considerevoli e abbiano portato all’efficace protezione dei traffici marittimi sulle rotte più importanti, altrove i pirati imperversano pressoché indisturbati, operando sino alle coste della Tanzania e ben più a est delle Seychelles. Infatti, anche se l’impegno militare è cospicuo e profuso in modo determinato, l’estensione dell’area interessata dal fenomeno (grande almeno tre volte l’intera Europa), il numero di predoni e, soprattutto, la vastità del bacino di reclutamento dei pirati – che mette a disposizione un numero enorme di nuove leve avide e volenterose –, fa della risposta militare al problema un mero palliativo.
La ricerca di una soluzione politica e umanitaria passerebbe attraverso la stabilizzazione dell’intera Somalia: una nazione stabile stabile sarebbe la vera e propria panacea di tutti i mali del Corno d’Africa, ma né i somali né tantomeno la comunità internazionale sono stati e sono in grado di raggiungere questo obiettivo, così complesso da possedere le tonalità della fantapolitica. Essendo quindi una soluzione politica poco probabile in tempi brevi, e data la sommato limitata efficacia delle misure militari adottate, è necessario rassegnarsi a considerare le acque del golfo di Aden, dell’Africa Orientale e dell’oceano Indiano come off limits per la navigazione da diporto. Se, però, amate particolarmente il rischio e l’idea di restare per mesi ostaggi dei pirati non vi spaventa, la rotta oltre Bab-el-Mandeb fa al caso vostro: qualora decidiate di sfidare la sorte, tenete però a mente qualche suggerimento. Innanzitutto non pensiate che navigare nelle acque territoriali gibutine, yemenite, omanite, keniote o tanzane vi esenti da rischi: i pirati sono ovunque e se ne infischiano dei limiti territoriali. Nemmeno la buona regola di tenersi ad almeno 400 miglia dalle coste dell’Africa Orientale, che sino a qualche anno fa garantiva un certo margine di sicurezza, è oggigiorno sufficiente a scongiurare il pericolo di attacchi. Sono stati, infatti, segnalati numerosi episodi di pirateria sino a 1.500 miglia dal continente africano, ben oltre le Seychelles e sempre più verso le Maldive. I pirati somali, che agli albori della loro attività criminosa si servivano solo di piccole imbarcazioni di legno o vetroresina (chiamati skiff), dotate di autonomia e portata limitate, oggi si avvalgono di grossi motopesca in legno (detti dhow) o addirittura di grossi mercantili, impiegandoli come navi d’appoggio logistico. Una volta attaccati e sequestrati, dhow e mercantili sono cioè utilizzati dai somali per rifornire e supportare gli skiff nella conduzione di raid a lunga portata. Ancora, è fortemente sconsigliato portare con sé armi da fuoco per intentare una vana quanto pericolosa auto difesa. A meno che non abbiate un paio di lanciarazzi in barca e sappiate usarli, i pirati sono molto più armati, decisi e cattivi di voi.
Nel caso in cui non siate stati già sufficientemente scoraggiati e vogliate sempre salpare alla volta di Aden o di Port Victoria, vorrei lasciarvi con un ultimo suggerimento: consultate il sito internet del Maritime security center Horn of Africa (www.mschoa.org) o della Marina militare (www.marina.difesa.it).






