
Accolgo l’invito di partecipazione al forum su forma e funzione, che ho letto sui numeri passati e ho trovato molto interessante. Anche se, sinceramente, non mi ritrovo in questo scambio di opinioni tra “prime donne”, da cui traspare un clima a mio parere stucchevolmente accademico.
Mi riferisco, ad esempio, a chi ha detto che si addormenterebbe nel progettare un’auto perché è un prodotto molto limitato. Forse non conosce bene quel mestiere. Il sottoscritto, invece, proviene da quel settore: le energie e le risorse profuse nel progetto di una vettura sono esponenzialmente maggiori a quelle impiegate nel design di un’imbarcazione, il margine d’errore è praticamente nullo (non sono, ad esempio, possibili correzioni dell’ultimo minuto fatte dal modellista prima del “varo”) e le discipline coinvolte sono numerosissime, basti pensare alla complessità delle normative di omologazione nel settore automotive, alla loro rigidità e continua evoluzione, un quadro sicuramente non paragonabile a quanto avviene nella nautica, caratterizzata da norme più elastiche.
C’è poi chi parla di orrore e cattivo gusto dei marchi concorrenti, il che mi sembra eccessivo e poco etico nei confronti dei colleghi. Francamente non mi riconosco nell’atteggiamento altezzoso che ho visto tra le pagine, che tende a sminuire gli apporti multidisciplinari delle nuove leve con motivazioni conservatrici (non è vero che se un progettista non è ingegnere o architetto navale vede la barca come oggetto statico e senza un’anima), per poi dire che la progettazione nautica è la più multidisciplinare delle professioni. Ben vengano apporti e progetti anche da parte di chi ha maturato esperienze e fatto studi in campi diversi, o da chi ha un naturale istinto e talento che colmino quelle “lacune” accademiche, considerate da taluni come discriminante tra veri yacht designer o personaggi divenuti tali ipso facto.
Le tradizionali forme delle prue e degli interni forzatamente marini sono finite, a mio parere, anche grazie alle nuove tecnologie e alle idee, anche sfrontate inizialmente, che non arrivano necessariamente da nomi che sono da sempre sul mercato.
Per quanto riguarda il rapporto tra forma e funzione, come designer so che è frutto di un bilancio, di volta in volta elaborato per favorire la massima ottimizzazione in termini di estetica, praticità, comfort, durata… e chi più ne ha più ne metta. Non credo che si possa procedere con approcci troppo funzionalisti né con un formalismo esasperato che andrebbe a discapito della fruibilità. Per questo le forme possono essere molteplici e assolvere comunque alla medesima funzione, così come, per alcuni scopi, le forme ideali sono uniche. È anche vero che la tecnologia e lo studio dei materiali consentono alle forme di evolversi parallelamente al cambiamento e all’aumento delle funzioni, che è un processo caratteristico dello sviluppo industriale in senso lato.
Il compito principale del designer, a mio avviso, risiede nell’ideare forme la cui primaria funzione resta, in definitiva, servire il cliente nel migliore dei modi, per realizzarne i sogni e soddisfarne le esigenze, per costruirgli ciò con cui lui vuole navigare e che lo rappresenti.
Nel caso della produzione seriale per il cantiere, le forme devono essere studiate anche maggiormente per assolvere, oltre alle funzioni estetiche e di utilizzo, quelle di compatibilità con le strutture produttive, di coerenza con il budget e la longevità in termini di mercato. Al cantiere va fornito un progetto completo che parta dal concetto iniziale e arrivi allo sviluppo definitivo, dialogando con il marketing, per produrre una serie d’imbarcazioni che consentano di massimizzare il proprio business e lo facciano chiudere in utile a fine anno.
* Titolare dello Studio Christian Grande DesignWorks
Christian Grande






