Carlo Galeazzi

Ho trovato molto interessante il forum organizzato da Franco Michienzi e, dopo aver attentamente letto gli interventi, vorrei provare a comunicare il mio pensiero e la mia esperienza.
Innanzitutto il problema della sostenibilità: lo pongo all’inizio perché è la premessa per poter guardare con la necessaria fiducia al futuro e per il ruolo strategico che avrà nei nostri prossimi lavori. Su questo argomento, però, trovo più stimolante ciò che si è fatto nel settore dell’auto. È un dato di fatto come oggi le vetture con trazione alternativa siano ancora una nicchia di mercato: tutte le case automobilistiche, però, hanno fatto grandi passi per ridurre drasticamente i consumi e per rendere l’oggetto auto riciclabile al 100%.
E noi nella nautica cosa abbiamo fatto? Un po’ di fumo sulla trazione elettrica, quasi niente sulla riduzione dei consumi e ancora meno per il riciclo. Al di là di operazioni di facciata, finalizzate prevalentemente a logiche di marketing, dobbiamo quindi ammettere che si è fatto troppo poco, per non dire quasi nulla.
Escludendo i multiscafi, almeno fino a che saranno così penalizzati dalla loro larghezza per il posto barca, posso immaginare che nel prossimo futuro sarà più conveniente andare nella direzione delle carene dislocanti o semidislocanti ad alta efficienza, con consumi contenuti e velocità di poco inferiori a una normale imbarcazione planante. Vedo ancora un certo spazio per le imbarcazioni plananti ma solo nel caso si utilizzino propulsioni ad alta efficienza.
Qualcuno potrebbe obiettare che esiste già la barca ecologica, ed è la vela. Forse ci si dimentica che la fase relativa all’uso è solo una parte del suo ciclo vitale. Dobbiamo purtroppo constatare che le imbarcazioni a vela inquinano nella fase iniziale della costruzione e nella fase finale dello smaltimento, esattamente come una imbarcazione a motore!
Ma veniamo al rapporto tra forma e funzione.
Sicuramente nella mia attività professionale il ruolo dell’architettura è, ed è stato, sempre determinante. Proprio per questo con i collaboratori abbiamo creato una nostra gerarchia di valori, per cui in ogni nuovo progetto ci atteniamo alla seguente sequenza: prima di tutto lo spazio, poi a seguire la funzione e, infine, la forma. Questa procedura ci permette di operare le nostre scelte in modo chiaro e logico di fronte a qualsiasi problema progettuale. Si può facilmente immaginare che in questo modo sarà ben difficile che lo spazio possa venire penalizzato dalla funzione o che la funzione a sua volta possa venire sacrificata per la forma.
Un altro aspetto che ritengo importante è il contesto in cui si viene a trovare il rapporto tra progettista e cantiere committente. Ogni volta che mi viene affidato il progetto di una nuova imbarcazione, il primo atto consiste in un’immersione totale nella storia del cantiere. In questo rapporto con il passato, teso a recepire l’anima che c’è in ogni imbarcazione precedentemente prodotta, arrivo quasi ad annullare me stesso, per far emergere il nuovo come se fosse in qualche modo in grado di autodefinirsi da solo. Credo che questo sia anche l’unico modo per poter affrontare il lavoro con cantieri diversi e in alcuni casi concorrenti tra loro, evitando il rischio di una reiterazione all’infinito del mio stile personale.
Oltre a questo rispetto per il cantiere attraverso la presa di coscienza della sua storia, ritengo anche molto importante l’assunzione di responsabilità nei confronti degli investimenti che l’azienda mette in campo. In questo caso una particolare attenzione va posta alle ricadute che le nostre scelte possono avere sulla durata di tali investimenti. Ritengo che un cedimento a effimeri elementi suggeriti dalla moda del momento potrebbe rendere molto rapido l’invecchiamento del progetto. Ma attenzione! Questo rapido invecchiamento potrebbe essere determinato anche dall’assenza di una vera innovazione e, se questa manca, il prodotto perderà il motivo della sua esistenza. Il nuovo che viene progettato e che il cantiere metterà in produzione deve guadagnarsi il diritto di essere progettato e prodotto, dimostrando di essere migliore di quanto già esiste.
Personalmente penso che tanto più una nuova barca sarà semplice e lineare, tanto maggiore sarà la sua durata nel tempo. Chiaramente per poter raggiungere questa essenzialità sarà indispensabile la risoluzione delle reali complessità attraverso una approfondita e seria progettazione.
* Architetto, titolare dello studio Galeazzi Design dal 1987, ha lavorato con Cantieri navali del golfo, Cantieri di Baia, Azimut, Chris Craft, Alalunga, Gobbi, Rizzardi/Posillipo e Cantieri di Pisa. Nel 2004 ha costituito con Francesca Minotti l’associazione tra professionisti Galeazzi e Minotti architetti associati