La barca, intesa sia come yacht prodotto in serie sia come megayacht semicustom o superyacht one-off, non è cosa per tutti e non lo sarà mai; la crisi poi ha spazzato via tutti quei fanta-clienti improvvisati che entravano ai boat show con l’idea di farsi un 50 piedi flyingbridge e tornavano a casa con un contratto di un 80 Open, illusi dalle bolle di sapone dei leasing. Lo yacht rimarrà sempre un bene con un utilizzo limitato nel tempo e la sua funzione primaria – ossia quella di spostarci da un punto A a un punto B – sarà sempre influenzata da mille sfumature dovute a esigenze imposte da un individualismo sempre più imperante nella società odierna, generato dalla voglia assoluta di evitare il rischio di omologazione e di banalità.
Siamo di fronte a un ventaglio di potenziali clienti talmente diversi nei gusti, nelle scelte e nelle richieste, che un’idea complessa come il progetto di uno yacht dovrebbe sempre nascere dalla mente creativa ed eclettica di un designer sognatore per poi essere addomesticata dagli ingegneri più esperti e venduta dai broker col network più valido.
Creare uno yacht è di certo sognare a occhi aperti e l’obiettivo sarà sempre per tutti uno stile stupendo legato a una funzionalità impeccabile. Pensiamo a che alto grado di specializzazioni e di complessità è sottoposta la progettazione di una barca: se parliamo di semplificazione di assemblaggio nella costruzione degli interni, per esempio, come già accennato in questo forum da altri colleghi, è corretto, ma bisogna fare attenzione a non sconfinare nella banalità, sarebbe un retrocedere nel passato. A mio parere la barca è la sintesi di un prodotto complesso ma non complicato, la complessità è dovuta dalla moltitudine di aspetti che vengono affrontati dalle diverse figure coinvolte, e quello che manca oggi è una maggior comunicazione tra queste figure intese come designer, architetto di interni, ingegnere navale e cantiere.
La funzione sta diventando più importante della forma fine a se stessa perché certi designer ormai si sono omologati e accettano le regole imposte dai grandi cantieri che in momenti di grave crisi puntano tutto sulla funzione e sulla tecnologia ritenendo superflua l’idea di rinunciare a qualche centimetro per avere una imbarcazione più filante e proporzionata. Il risultato è che vengono vendute delle barche che all’esterno appaiono orrende ma poi entrandoci dentro sono comodissime, spaziose e super efficienti; questo può accadere quando un brand è più forte degli sbagli di un designer. Questo sistema decade però quando il marchio è debole: potrei citare una frase del famoso car designer Henrik Fisker: «Noi non siamo artisti che si limitano a creare cose belle: dobbiamo fare oggetti che vendono». Guardiamo alla Bmw serie 7 disegnata da Chris Bangle: era orribile ma è stata salvata dal brand. La stessa cosa vale per la nautica, ammettiamolo: quanti yacht dalle forme più sgraziate navigano felicemente in tutti i mari del mondo, portando impresso nelle sovrastruttura il logo di blasonati cantieri italiani?
Bisogna sforzarsi di più e acquisire quella sensibilità creativa per dare carattere a ogni nuovo progetto richiesto dal cantiere, enfatizzandone il family feeling, guardando alla storia del suo passato in modo tale che possa così identificarsi in mezzo alla moltitudine di barche tutte uguali.
La forma intesa come puro stile non avrà mai una regola rigida. Nella storia, il segno delle matite di designer, architetti e ingegneri ha ormai sviluppato miliardi di combinazioni di linee e tutto ciò che disegniamo è una nuova interpretazione di qualcosa di già visto, un’ispirazione che viene presa magari da altri campi del design e che difficilmente rimarrà originale in maniera assoluta.
Lo yacht è un oggetto ad alta specializzazione e complessità e l’idea nasce nella condizione spazio temporale in cui committente e designer si incontrano con in mente un modello da lanciare su un mercato. Bisogna evidenziare come la scelta d’acquisto di questa o quella barca è qualcosa di estremamente soggettivo e, esattamente come di fronte a un autosalone, subentrano diversi fattori, dove molte volte quello emotivo fa da padrone. Proprio per questo il designer ha il dovere di emozionare e di educare al senso “del bello”. Il compito più riuscito avviene quando con poche linee si cattura l’occhio del cliente sia esperto che non esperto, senza dover ricorrere a mille trucchi barocchi e appesantimenti vari.
La funzione ergonomica, per esempio, può passare in secondo piano quando un cliente vuole una barca che raggiunge i 60 nodi per andare da Miami a Key Largo o da Sain Tropez a Portofino in tempi da record anche con mare formato (e benché se ne parli male, ne esistono ancora di questi armatori), perché non dimentichiamoci che “la velocità è insita nell’istinto dell’uomo” e il mare aperto per molti esperti è inteso come libertà assoluta dove i limiti non esistono. È difficile giustificare questa esigenza se non si prova con mano la sensazione e l’adrenalina che si sprigiona cavalcando le onde a queste andature.
E se vogliamo parlare di ecologia in mare, i consumi di questi cosiddetti “crazy toys” si possono in parte risolvere alleggerendo le barche con carene in compositi avanzati come lo Sprint system, aiutati anche dall’installazione di motori meno inquinanti. Non dimentichiamo poi il concetto che una barca sportiva usata assiduamente per 15/20 giorni inquinerà nell’arco di un anno sempre meno di un’auto diesel di media cilindrata utilizzata ogni giorno nelle imbottigliate tangenziali cittadine.
Il progetto di una barca deve ovviamente adeguarsi alle nuove esigenze della società in cui viviamo; abbiamo ascoltato lamentele e animate discussioni su molti aspetti toccati in questo forum ma dobbiamo riconoscere che, nella storia dello yachting mondiale, gli eccessi e gli estremi positivi e negativi intesi sia come forma che come funzione, ci sono stati, ci sono e ci saranno sempre inevitabilmente.
* Titolare dello studio Am yacht design di Venezia dal 2009, negli anni precedenti ha lavorato con Officina Italiana Design, il team di Ken Freivokh (per The Maltese Falcon), lo Studio Nuvolari & Lenard, Team 4 Design studio (come partner)
Alberto Mancini







