La rassegnazione non è contemplabile. Occorre agire con progetti concreti, figli di idee coraggiose. Perché il futuro, compreso quello dell’industria nautica, è nelle nostre mani, non in quelle di un’entità astratta
by Francesco Michienzi
Ogni anno, l’editoriale di ottobre coincide con un momento topico: quello in cui il mare torna a chiamarci e la nostra industria si mette nuovamente in movimento.
Sfogliando vecchi testi, però, emerge una realtà scomoda e incontrovertibile: molte questioni tornano in scena immutate. Il professor Giovanni Zuccon, già quindici anni fa, ci ricordava una verità che oggi risuona ancora più urgente: non basta la tecnica, non basta il progetto, non basta nemmeno conoscere la storia o saper leggere correttamente le parole chiave del mercato se, prima di tutto, non si mette al centro l’uomo. Uomo inteso non soltanto come armatore, ma come insieme di figure – architetti, tecnici, artigiani, operai, imprenditori, politici e giornalisti – che, con i propri comportamenti e le proprie passioni, costruiscono relazioni. Zuccon, inoltre, sottolineava l’importanza di alcuni termini spesso dimenticati, pur essendo la misura della nostra civiltà: etica, rispetto, disponibilità, onestà intellettuale e materiale. Termini che non devono ridursi a ornamento retorico, bensì tradursi in azioni quotidiane, in regole condivise, in cultura di settore. Queste riflessioni non sono dettate da un moto di nostalgia: sono piuttosto un monito.
// «Ci sono PAROLE troppo spesso dimenticate. Parole che sono la misura del nostro livello di CIVILTÀ e della nostra umanità, parole che guidano i nostri comportamenti entro binari sicuri e capaci di portarci alla meta: etica, rispetto, disponibilità, onestà intellettuale e materiale». Professor and Architect Giovanni Zuccon //
Siamo forse diventati fatalisti? Ho chiesto aiuto alle pagine di Contro il fatalismo di David Foster Wallace, libro in cui il saggista cerca, per l’appunto, di smontare la tesi sul fatalismo del filosofo americano Richard Taylor. Quest’ultimo in sintesi sostiene che il futuro sia qualcosa su cui non possiamo incidere, una catena di eventi che rende inutile qualsiasi deliberazione. È una tentazione seducente, e pericolosa, anche nella nautica: accettare schemi di mercato, abitudini di servizio, pratiche scorrette come se fossero immutabili.
I dati che circolano da anni dipingono un settore decisamente frammentato: il segmento oltre i 24 metri prospera, la fascia tra i 12 e i 24 soffre, mentre le imbarcazioni sotto i 10 arrancano o, addirittura, restano ferme. Se queste statistiche fossero vere – e vale la pena sottolinearlo – meriterebbero analisi più rigorose e sarebbe naturale interrogarsi sulle motivazioni. Perché una forbice così ampia? Perché l’offerta e i servizi non rispondono alle esigenze di chi ormai non è più la classe media di un tempo? Perché l’industria italiana, sinonimo di eccellenza e inventiva, fatica a mantenere un tessuto produttivo capace di sostenere tutte le dimensioni del diporto? Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci. La rassegnazione è complice del declino.
// Un FATALISTA è una persona che non può fare nulla riguardo al proprio futuro. Crede che non dipenda da lui quello che avverrà l’anno prossimo, domani, o addirittura tra un momento. Si suppone, di conseguenza, che per lui sia inutile deliberare su qualsiasi cosa. //
Affidarsi soltanto alla politica, in perenne campagna elettorale, produce spesso chiacchiere e pochi risultati concreti, o non del tutto risolutivi, dei problemi di fondo. Per non parlare dell’intelligenza artificiale a cui ci si affida senza più spirito critico per ottenere soluzioni chiavi in mano. La vera strada, quella concreta e combattiva, passa dal porto e dai cantieri: dal dialogo diretto con gli armatori, dagli occhi negli scali, dall’ascolto delle e-mail di protesta, dalle storie di manutenzioni mai effettuate, tuttavia fatturate a caro prezzo.
Serve il coraggio di smantellare con fermezza sterili luoghi comuni, quello, ad esempio, secondo cui chi possiede una barca è ricco e pertanto può essere spennato. Ebbene, proporre alternative a degenerazioni culturali come questa non è soltanto un esercizio retorico: è un atto di responsabilità. Occorrono poi azioni concrete, urgenti ed emotivamente necessarie, come la ricerca di settore per citarne una, finanziando studi indipendenti che analizzino segmenti, domanda reale e barriere all’ingresso alla fruizione del mare. Del resto, i dati solidi sono la base per poter prendere decisioni efficaci.
// Sarebbe utile fare UN’ANALISI più approfondita sul perché alcuni segmenti importanti dell’industria nautica italiana soffrono
da tempo. Non sarebbe saggio investire risorse per analizzare meglio gli SCENARI di mercato e gli sviluppi futuri? //
È necessario rimettere l’utente al centro, ascoltare gli armatori e i diportisti, raccogliere i loro bisogni e le loro denunce, tradurre il disagio in progetti reali, standardizzare e controllare i servizi portuali. Ci vogliono trasparenza nei listini, regole chiare per manutenzioni e forniture, sanzioni efficaci per pratiche predatorie. Un codice etico portuale non è certo un sogno: è una necessità. Servono anche formazione e cultura professionale, perché non si costruisce fiducia senza competenza, incentivi mirati, politiche che favoriscano l’accesso alla nautica per fasce più ampie, sostegno alle imprese che innovano nei segmenti piccoli e medi, agevolazioni per servizi condivisi e infrastrutture efficienti.
È altresì importante promuovere iniziative che avvicinino la città al mare, che educhino al rispetto dell’ambiente e della proprietà altrui, che restituiscano alla nautica un valore sociale oltre che economico. Questi non sono incantesimi: sono percorsi che richiedono volontà, impegno collettivo e, soprattutto, una scelta culturale. Bisogna davvero tornare a usare parole come etica e rispetto non come slogan, ma come criteri di valutazione delle azioni quotidiane nella progettazione, nella vendita, nella manutenzione, nella politica. Smettiamo di raccontarci che il cambiamento è impossibile.
Il fatalismo è una comoda scusa per non investire energie, ma la nautica è un mondo fatto di persone che sanno affrontare il vento e sfruttarne la forza. Riprendiamo il timone. Ascoltiamo, facciamo analisi serie, applichiamo standard, coltiviamo la cultura del mare e dell’onestà. Solo così la stagione che ricomincia potrà diventare un vero nuovo inizio, non soltanto per le barche grandi, ma per chiunque desideri sentire ancora il mare come una possibilità, non come una condanna.
(Contro il fatalismo – Tratto da Barche, Ottobre 2026)






