Whatever it takes, the case of Perini Navi, l’editoriale di Franco Michienzi

L’industria nautica italiana dovrebbe fare più sistema per contrastare una percezione non in linea con la sua reale qualità. Necessaria un’azione più decisa a tutela di un settore strategico

by Francesco Michienzi

«NEI LIMITI DEL NOSTRO MANDATO, la Bce è pronta a fare qualsiasi cosa – whatever it takes – per salvare l’euro. E credetemi, sarà abbastanza». Quella di Mario Draghi è stata un’affermazione diventata un manifesto, un modo per esprimere con solo tre parole una volontà ferrea di risolvere una situazione complicata. Purtroppo, non è la stessa volontà che hanno messo in campo i vertici di Perini Navi, universalmente riconosciuto come uno dei marchi eccellenti del Made in Italy Nautico, per salvare il loro cantiere. Dichiarato fallito dal Tribunale di Lucca il 29 gennaio scorso, i relativi cespiti andranno all’asta in estate.

L’esame dello stato passivo da parte del giudice delegato è fissato il 22 giugno e la successiva asta potrebbe essere suddivisa in due lotti. Uno potrebbe comprendere il marchio, i dipendenti, il cantiere di Viareggio e quello di La Spezia dedicato al refit; l’altro riguarderà il cantiere turco. Notizie di cui l’ambiente nautico, e non solo, è già a conoscenza viste le numerose agenzie in tema. Personalmente sono molto sorpreso di questo dissesto che pare, e si legge, sia di circa 100 milioni di euro. 

Ricordo le parole della dirigenza che affermava il ritorno all’utile di bilancio nel 2019. A volte si dicono cose di questo tipo per farsi coraggio, per dare l’impressione che le cose stiano andando molto bene, per infondere fiducia nei potenziali clienti. La verità, a prescindere e oltre il caso concreto, è che quando si perde di vista la realtà, e non si fa tesoro della storia passata, si vive nell’illusione di un mondo che non esiste. Ho sempre creduto che dopo la crisi finanziaria del 2008 la classe imprenditoriale avesse imparato che la prima regola per affrontare i cicli negativi dell’economia, o gli imprevisti, fosse quella di avere un’azienda sana in grado di produrre profitto per salvaguardare il proprio patrimonio e i posti di lavoro di tante famiglie.

Non sappiamo quali cause abbiano prodotto il dissesto di Perini Navi e come questa massa di debiti sia stata generata, possiamo presupporre che le barche vendute non generassero profitti, ma perdite. Purtroppo, nel campo dei superyacht è una realtà comune ad altri brand, che, pur di stare sul mercato, vendono sottocosto. Le ragioni di questo modo di agire possono essere le più varie: tra queste il pregiudizio che scontano questi prodotti italiani, con l’ingiustificata percezione di bassa qualità.

Perini Navi

Belle, eleganti, tecnologiche, costose, le barche di Perini Navi hanno conquistato la scena solcando i mari di tutto il mondo. Tuttavia, la gestione del cantiere ha attraversato crisi gravissime, fino a culminare nel fallimento di oggi.

Se osserviamo il prezzo del Gross Tonnage praticato da alcuni cantieri del Nord Europa, vediamo un divario enorme: 63.000 euro contro i 40 mila di media dei nostri cantieri con punte negative di 19.000. Oltre al pregiudizio sulla qualità percepita c’è anche il problema del dumping generato da alcuni costruttori, distribuiti un po’ in tutto il mondo, che io chiamo cantieri lavatrice. Specifico che non considero Perini tra questi. Si tratta di altre aziende, il cui scopo sembra non essere quello di costruire belle navi da diporto a un prezzo equo in grado di generare un giusto profitto ma semplicemente altro, e non è questa né la sede né l’ambito per capire cosa. È così e basta. Vi sembrerà un discorso azzardato, ma diversamente non si spiegherebbero certe vendite e l’esistenza stessa di certi brand.

Ma la realtà e la bellezza della vera industria nautica italiana sta altrove: visito tanti cantieri, italiani ed esteri, e quando faccio una prova di uno yacht, o semplicemente una visita a bordo, la prima cosa che compio è andare in sala macchine dove la qualità o meno degli impianti delle navi italiane è molto evidente. Vi posso assicurare che la nostra industria nautica ha raggiunto un altissimo livello, dove maestria, cuore e passione hanno la prevalenza sulle alchimie dell’alta finanza. Per questa ragione auspico che i principali attori italiani ragionino in modo più serrato sullo stato delle cose e su quali strumenti comunicativi, commerciali e di sistema attuare per competere meglio sul mercato.

A mio parere, un primo passo potrebbe essere la trasparenza, cioè mostrare i bilanci e aprire le fabbriche. Anche avere il coraggio di fare un solo evento in Italia dove mostrare la propria produzione, senza fare da corollario a cantieri esteri che vengono considerati l’eccellenza nautica, potrebbe essere una strada. Pensate a cos’era il salone del mobile di Milano dieci anni fa e cosa è diventato ora, avendo rinunciato a portare le anteprime al salone di Colonia in Germania. Oggi il settore del design e dell’arredo italiano è il primo al mondo. L’auspicio è che anche la nautica italiana possa individuare nuove strategie per riaffermare la sua leadership su basi economiche più coerenti con il suo vero valore.

(Whatever it takes, the case of Perini Navi – Barchemagazine.com – Marzo 2021)