Vecchie parole vuote, l’editoriale di Franco Michienzi

Riflettiamo abbastanza sui temi che ci riguardano? Le crisi si affrontano con una nuova progettualità e senza aspettare soluzioni miracolistiche di una classe di politici che ha dimostrato di essere inadeguata

by Francesco Michienzi

Vecchie parole vuote. Sono quelle dei politici italiani che ci vogliono convincere che le scelte che compiono sono nell’interesse collettivo. Avevamo un campione di coerenza, competenza, capacità, saggezza e con una grande visione, come il Presidente del Consiglio Mario Draghi, il quale, per calcoli elettoralistici, è stato costretto a dimettersi. Stiamo ascoltando una campagna propagandistica dai toni severi, quasi come quelli all’indomani del referendum su Monarchia o Repubblica. Severi, ma anche melodrammatici e grotteschi. Basta guardare, nei dibattiti televisivi, persone che parlano di efficienza, onestà, difesa dei valori e coerenza. Ma se solo andate a fare qualche verifica, attraverso le loro dichiarazioni dei redditi, o guardando qualche visura della Camera di Commercio, capite, per qualcuno di loro, quale è il motivo vero del perché vogliono rimanere in Parlamento. Il bisogno spesso genera comportamenti che non sempre sono leciti o condivisibili. Ci sono anche la vanità e l’egocentrismo alla base di alcune scelte.

Abbiamo avuto per anni governanti di tutti i partiti senza una vera competenza e, a parte qualche eccezione, ci hanno messo in questa situazione di precarietà e incertezza per il futuro. Uomini come Colao e Cingolani o donne come Cartabia, non hanno bisogno di stare in Parlamento per sottolineare le loro qualità. Sono veri servitori dello Stato a cui andrebbe reso grande onore per l’impegno profuso. Sono persone con una vera visione della società, in grado di segnarne la strada con proposte all’altezza di un paese moderno e in costante evoluzione. Il 25 settembre si voterà per il rinnovo del parlamento e il risultato potrebbe non consentire una maggioranza coesa e chiara che possa governare l’Italia per i prossimi anni. Per questa ragione, se penso all’industria nautica, che dopo un 2021 nel quale ha superato, in termini di fatturato, ogni più rosea aspettativa, e dopo i primi sei mesi dell’anno archiviati con risultati ancora migliori, credo sia necessaria una profonda riflessione sul prossimo futuro senza illuderci di avere risposte da politici sostanzialmente inadeguati.

LA POLITICA NON È IN GRADO DI DARE RISPOSTE ADEGUATE ALLE QUESTIONI LEGATE ALLO SVILUPPO DI UN SETTORE INDUSTRIALE COME QUELLO DELLA NAUTICA DA DIPORTO. SI PREOCCUPA SOLO DELLA SUA AUTOCONSERVAZIONE.

crisi

Da tempo si iniziano a sentire gli effetti negativi di fenomeni concomitanti come il rialzo dei tassi di interesse, l’inflazione, la carenza e l’aumento dei prezzi delle materie prime, il costo dei noli marittimi e le conseguenze del conflitto in Ucraina. I cantieri nautici che fin qui hanno retto bene, grazie a politiche lungimiranti e una buona organizzazione industriale, iniziano ad avvertire la possibilità che, probabilmente, una capacità reattiva e gestionale adeguata non basta più. Una strada da intraprendere potrebbe essere quella di aumentare il livello di innovazione del prodotto.

Leggendo uno scritto di Giuseppe Tusceri, Head of Conceptual Design presso Cmit-Europe, sono stato colpito da una considerazione molto semplice. “Nel 1886 vengono prodotte in contemporanea la prima automobile a benzina, prototipo brevettato dall’ingegnere Karl Benz, e la prima nave petroliera di design moderno. La differenza tra i due mezzi è che l’automobile differisce anni luce da qualsiasi auto odierna, mentre la nave, che era in grado di navigare a 10.5kn, aveva proporzioni non troppo difformi dai rapporti di forma di una nave di oggi di medesima lunghezza. Premesso che 10.5kn sono a tutt’oggi una velocità di riferimento per molti mezzi navali (per lo più traghetti) di 90 metri, mi pongo un dubbio volutamente provocatorio: la nautica era avantissima già 140 anni fa, o in 140 anni non abbiamo fatto molta strada? Possibile che un’auto di 140 anni fa, oggi non potrebbe circolare su strada a causa della propria vetustà, mentre una nave dello stesso periodo navigherebbe pressoché allineata ad una nave di oggi? Escludendo i foils, il carbonio, e alcune tecnologie che nella nautica stanno facendo segnare grossi passi in avanti, è difficile pensare che il mondo navale sia nato avendo già raggiunto, al primo esemplare, il limite del proprio sviluppo”. Bisogna osare con nuovi progetti e nuovi materiali. Non adeguandosi alle certezze, al gusto dominante, ma rischiando. 

photo by Silvano Pupella.

LE CRISI ECONOMICHE SI COMBATTONO ANCHE CON UN MAGGIOR LIVELLO DI INNOVAZIONE TECNOLOGICA. BISOGNA IMMAGINARE
IL FUTURO CHE VERRÀ.

Bisogna tornare a riprogettare il futuro. Come fecero i grandi nomi della storia nautica. Penso a Pierluigi Spadolini, Paolo Caliari, Renato Sonny Levi, Raymond Hunt o Fabio Buzzi, solo per citarne alcuni. Confindustria Nautica dovrebbe dedicare un grande momento di riflessione con un congresso sullo stato dell’arte, capace di individuare le necessità dell’industria nautica e quali strade intraprendere nel medio termine. Non un momento per raccontare i propri successi commerciali, ma una fase catartica dove poter valorizzare la propria storia di successo con nuove idee. Ci sono in campo molte singole e lodevoli iniziative, ma credo che, isolate tra loro, non portino a risultati utili per tutto il settore. Per questa ragione è necessario farlo insieme in un afflato di lungimiranza e modernità.

(Vecchie parole vuote – Barchemagazine.com – Settembre 2022)