Stefano Faggioni, missione coerenza

Dalla scomparsa del padre Ugo, avvenuta nel 2000, l’architetto Stefano Faggioni porta avanti lo studio di famiglia con un entusiasmo contagioso. La sua filosofia è chiara: ogni dettaglio a bordo deve parlare lo stesso linguaggio

by Bruno Cianci

IL GOLFO DEI POETI È NOTO A TUTTI PER LE VICENDE LEGATE AGLI ARTISTI ROMANTICI che, nel corso dell’Ottocento, hanno tratto ispirazione dalla bellezza di quei luoghi per la propria produzione letteraria. Già un secolo prima, però, gli antenati di Stefano Faggioni, classe 1969, si cimentavano nella costruzione e riparazione di barche da lavoro dell’area. Nato alla Spezia, figlio di Ugo (m. 2000) e nipote di Guido (m. 1977), Stefano incarna la passione di tutti gli uomini che hanno la fortuna di dedicarsi anima e corpo a ciò che più amano fare. Il cognome, tra l’altro, deriva da ‘Faggiona’, località dell’entroterra ligure nota già ai tempi dei Romani per i faggi ivi presenti, ideali per ricavarne magnifici remi per le galee.

Spezzino, classe 1969, Stefano Faggioni incarna la passione di tutti gli uomini che hanno la fortuna di dedicarsi anima e corpo a ciò che più amano fare.

La sede storica dello Studio Faggioni si trova nel borgo di Cadimare, presso La Spezia, all’interno della casa di famiglia che, oltre a essere una delle più antiche della zona, ha la particolarità di essere stata in parte costruita con materiale di recupero navale. Le travi, visibili sui soffitti, sono autentici alberi di velieri; grandi pale di timoni, inoltre, sono state rinvenute sotto i pavimenti, per rinforzare le solette, mentre la robusta porta d’ingresso e una parte del mobilio provengono a loro volta da demolizioni. Negli anni ’60 del secolo scorso, grazie all’intuito di Ugo, l’azienda allargò lo spettro delle attività, occupandosi anche di progettazione di barche militari, vedette, pescherecci e traghetti. Il coinvolgimento di Stefano risale al 1995, quando iniziò a curare lo stile e il mobilio di barche a motore perché si trattava dell’attività che più si avvicinava agli studi di architettura che stava conducendo.

«Nel 1999 poi – ha detto Stefano –, tramite il cantiere Beconcini con cui già avevamo dei rapporti, iniziammo a lavorare su yacht d’epoca come il Marlin di Kennedy (a quel tempo già armato dalla famiglia Della Valle, nda), la goletta Orion, il J-Class Candida, Iduna e Black Swan». Quest’ultima barca, un bel ketch aurico del 1899, ha avvicinato Stefano al mondo di Charles E. Nicholson, il progettista-costruttore a lui più caro. Ha lavorato su almeno otto barche disegnate dal genio di Gosport, tutte costruite secondo standard che lo spezzino definisce magnifici: oltre a Black Swan, segnaliamo Astra, Candida, Joyette, Orion, Patience, Sylvia e Yali.

Nel 2000, suo malgrado, Faggioni Junior dovette imparare a camminare con le proprie gambe perché papà Ugo venne a mancare: «Non nascondo il panico che provocò in me la dipartita di mio padre – ricorda l’architetto – e quella sgradevole sensazione di dover ‘volare senza rete’, senza il suo conforto e le sue critiche costruttive; ciononostante ebbi accanto mio cugino Simone e mio zio Francesco, che mi diedero una grande mano».

Senza di loro, chissà, Stefano non avrebbe potuto dedicarsi alla ricostruzione degli interni di Lulworth (1920), il Big Class il cui recupero è stato definito nei primi anni Duemila ‘il restauro del secolo’. «Nel caso di Lulworth, il lavoro di design è stato particolarmente rispettoso del poco esistente a livello di interni, ridisegnando nuovi spazi con uno spirito molto affine all’originale», ricorda Stefano.

«A bordo del Big Class Lulworth il lavoro di design è stato molto rispettoso del poco esistente, ridisegnando nuovi spazi con uno spirito affine all’originale».

Lo studio Faggioni è una vera e propria perla, una specie di museo per pochi eletti. Il luogo incanta, il legno profuma e gli schizzi sono ovunque, segno che il lavoro e i clienti non mancano. I lavori in corso riguardano lo yacht Portola (1929), il ketch bermudiano Gitana IV (1961), costruito da Sangermani, lo yawl bermudiano Mait II, costruito da Baglietto nel 1957 (fu la prima barca italiana al Fastnet del 1959, con Francis Chichester nel ruolo di navigatore), la nuova replica del cutter Britannia e altro ancora.

«Rispetto al computer, che ovviamente uso, il disegno a mano mi permette di entrare ben più a fondo nel progetto, e di viverlo quasi fisicamente».

Covid-19 permettendo, i progetti conducono l’architetto spezzino in quel di Valencia, a Viareggio, a Napoli, a Los Angeles, senza dimenticare Madrid, dove vive la sua famiglia e dove possiede un altro studio da diversi anni. Sebbene il computer costituisca uno strumento di lavoro imprescindibile, Stefano continua a disegnare molto a matita, come confermato dalla quantità di schizzi già segnalata: questo perché c’è sempre una parte di progetto che va studiata alla vecchia maniera. «Il disegno a mano mi permette di entrare molto più a fondo nel progetto, di viverlo quasi fisicamente (…); ritengo che questo modo sia più consono al restauro delle barche d’epoca».

Gli schizzi che catturano di più l’occhio sono quelli degli accessori e della ferramenta di bordo, a dimostrazione che il lavoro coinvolge a 360° ogni aspetto della progettazione, con la sola eccezione degli impianti e dei motori. Nulla, in sede di progettazione, è lasciato al caso: «Amo distribuire gli spazi interni, avere il privilegio di vivere la barca per primo e studiare i particolari per rendere la vita a bordo più comoda; studio con cura anche gli odori che gli armadi e i cassetti devono sprigionare da aperti; il risultato deve essere monolitico e parlare lo stesso linguaggio, dalla testa dell’albero agli interni, passando per la coperta…».

Javelin

«Il risultato del mio lavoro deve essere monolitico e parlare il medesimo linguaggio, dalla testa dell’albero agli interni, passando per la coperta».

(Stefano Faggioni, missione coerenza – Barchemagazine.com – Dicembre 2020)