Rifiutare il gossip, l’editoriale di Franco Michienzi

L’invidia è uno dei vizi capitali più diffusi. Un sentimento che viene alimentato da giornalisti che amano fare del gossip invece di raccontare la bellezza dell’Italia che lavora con passione, competenza e amore

by Francesco Michienzi

SECONDO UNO STUDIO DELL’UNIVERSITÀ CARLOS III DI MADRID, il 90 per cento della popolazione mondiale può essere suddiviso in quattro tipi di personalità: l’ottimista, che persegue sempre il risultato migliore; il pessimista, desideroso di limitare i danni; il fiducioso, orientato alla cooperazione e scarsamente competitivo; l’invidioso, interessato solo a primeggiare sugli altri.

Per quanto riguarda l’Italia, un recente rapporto del Censis afferma che nel nostro Paese sta salendo la curva dell’invidia. Nel 2000, il 28% degli italiani era convinto che sarebbe migliorata la propria condizione economica, il 23% che sarebbe migliorata quella in generale. Nel 2020 la percentuale di coloro che pensano che andrà meglio per gli altri sale al 35%. Quindi, gli italiani pensano di più che andrà meglio agli altri rispetto a sé stessi. Un sentimento che si sviluppa sempre di più nelle persone che fanno crescere l’invidia verso coloro che hanno una facoltà di spesa sopra la media.

“L’invidia è quel sentimento che nasce nell’istante in cui ci si assume la consapevolezza di essere dei falliti”. Così si esprimeva Oscar Wilde nel definire il dispiacere che si prova per non avere un bene o una qualità, che a volte diventa addirittura una rabbia così intensa da far desiderare ogni genere di male per la persona che invece possiede quel bene o è dotato di quella qualità.

L’invidia sociale è la distopia di un mondo che non vuole più essere, ma, semplicemente, apparire. È il vero cancro di questa società moderna, perché attraverso di essa tutto diventa distorto e contorto, quelli che un tempo erano valori interiori dell’essere umano sono stati sostituiti da apparenze esteriori della società. L’invidia nelle sue forme più comuni si riferiva alle cose, invidia per ciò che non ho e altri hanno. Ma aggiungendo l’aggettivo “sociale”, ecco che abbiamo il fenomeno dell’invidia sociale. 

invidia

L’invidia è un tentativo, spesso inconsapevole, di reprimere ciò che attiva la nostra disistima attraverso la svalutazione distruttiva del modello a cui vorremmo assomigliare.

In una società fatta di immagini e comunicazioni, l’invidia è rivolta all’essere, ai modelli di successo, di ricchezza, di fama e di notorietà. Ma come si alimenta questo fenomeno? I social media hanno un ruolo determinante, ma le idee e le opinioni strutturate si costruiscono principalmente con gli articoli dei quotidiani e delle riviste in generale. In questo quadro diventa necessaria una maggiore consapevolezza professionale e culturale della dimensione sociale e soprattutto delle implicazioni etiche dell’informazione e della comunicazione.

A questo proposito voglio segnalare un ampio articolo pubblicato sul settimanale Venerdì di Repubblica. A prima vista si potrebbe affermare, guarda che bello che un media di grande diffusione si occupa di industria nautica. Leggendolo meglio si comprende come sia molto più forte il desiderio di fare del puro gossip per mettere alla berlina i super ricchi. Se c’è qualcuno che spende 300 mila euro per un corrimano o 100 mila per due vasche da bagno, significa che ci sono dei maestri artigiani che realizzano questi manufatti con perizia, pazienza e tanto amore per il loro lavoro. Intorno a una nave da diporto gravitano mediamente 1.000 lavoratori che corrispondono a 1.000 famiglie e circa a 4.000 persone. Forse al giornalista generalista di questo settimanale progressista non interessa la vita di queste famiglie. La cosa ridicola è che l’autore dell’articolo ha dichiarato di essere viareggino e di scoprire solo grazie a questa inchiesta che Viareggio e la Toscana sono il distretto industriale più importante al mondo per la produzione di mega yacht. Si tratta di un caso emblematico che spiega perché è partita la campagna di alcune forze politiche per giustificare l’introduzione di una tassa patrimoniale su coloro che posseggono più di 5 milioni di euro. I politici hanno queste idee e alcuni giornali si adoperano per creare il clima giusto per imporle.

Sembra di tornare all’epoca dei manifesti “Anche i ricchi piangano”. A quel tempo, l’allora ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, arrivò a bollare quella sortita come una “incredibile manifestazione di stupidità politica” perché il suo obiettivo, giura, non è mai stato di “far piangere qualcuno,” ma al contrario di “far sorridere tutti”. Ricordate la nefasta introduzione del Manifesto di quegli anni? Uno spettro si aggira per la baia: lo spettro dello yachtismo. Fortunatamente le cose non sono andate in questo modo, ma è stupefacente osservare che il revanscismo, se pur solo a parole, sia duro a morire e che ci sia sempre qualche politico con il desiderio di far piangere i ricchi. Con l’aggravante del sostegno di alcuni giornalisti che inseguono il gossip invece di raccontare la bellezza del lavoro di migliaia di artigiani, operai, meccanici, elettricisti, marmisti, conciatori, carpentieri, orafi, incisori, pittori, ingegneri, architetti e designer. Cuore, braccia e cervello dell’Italia migliore che lavora. Tommaso d’Aquino scriveva che un conto è rattristarsi per il fatto di non possedere quello che possiede il prossimo; un altro è rattristarsi per il fatto che il prossimo possiede quei beni che non si hanno. Nel primo caso, lo zelo o aemulatio, la reazione sarà positiva, perché, desiderando la propria felicità, si vorrà “pareggiare i conti”, emulando, appunto. Nel secondo, che è quello dell’invidioso, la reazione sarà distruttiva, perché, desiderando la scomparsa della felicità altrui, si farà in modo che il prossimo non possieda quei beni. Una differenza sottile, ma sostanziale per il vivere insieme.

(Rifiutare il gossip – Barchemagazine.com – Agosto 2021)