Raffaele De Rosa, la poetica visionaria di un pittore irriverente

A Livorno, non lontano dal mare e dal monumento dei Quattro Mori, esiste un mondo in cui un disordine quasi scientifico apre la strada ad una dimensione immaginifica di linee e colori che raccontano storie

by Francesca Portoghese – photo by Francesca Zaccaria

È QUI CHE IL CONCETTO ROMANTICO DI GENIO E SREGOLATEZZA SI ESPLICITA E SI INCARNA IN UN SIGNORE CANUTO, che riserva all’arte e alla vita il suo sguardo irriverente, tipico di chi non ha mai voltato le spalle al fanciullo che fu e che accoglie il successo con totale disincanto. L’incontro con Raffaele De Rosa, pittore contemporaneo livornese, è lo scontro con una disarmante freschezza e con la fantasia che attinge dai ricordi di un’infanzia vissuta sotto una campana di vetro e che da lì comincia un viaggio immaginario.

Cresciuto con i nonni a Pomarino fino all’età di sedici anni, Raffaele De Rosa torna a Livorno per aiutare la famiglia, ma proprio lì la sua vena artistica, già sperimentata ma ancora acerba, prende il sopravvento. Oggi, sono tanti i mercanti d’arte che parlano di lui, innumerevoli le mostre personali all’attivo, ma alla domanda: chi è Raffaele De Rosa, questo pittore dalla personalità astratta, come si descrive lui, risponde: «Non lo so». De Rosa trascorre infanzia e adolescenza con un bolscevico e una bigotta, nella soffitta di un antico palazzo, tanto lunga e stretta da sembrare una nave. Affidato alle cure di una nonna eccessivamente protettiva, il bambino Raffaele trascorre le sue giornate disegnando su una lavagna accanto alla stufa. «Disegnavo quello che mi succedeva, quella che immaginavo sarebbe stata la mia vita futura, ascoltando i racconti di persone molto più grandi di me, gli unici compagni con cui ho diviso la mia infanzia». Sono le emozioni ricevute in quegli anni difficili, lontani dal calore familiare avvolgente, che oggi lui riesce a mettere a fuoco e che racconta sulla tela. «Dipingere è come psicoanalizzarsi, è un modo di buttare addosso agli altri i nostri problemi», mi dice sorridendo e con la persuasione di chi la vita sa bene come interpretarla, anche se in una totale assenza di consapevolezza.

Nel 1969 si svolge la sua prima personale. Ne seguiranno molte altre, sia in Italia sia all’estero. Alcune tra le sue mostre personali all’estero: Francia – Maison de l’Unesco e Union de Banques a Parigi; Spagna – Palazzo dell’Ambasciata Italiana a Madrid; Germania – Galerie Helga Wicher a Wuppertal – Galerie Bollaghen a Worpswede – Villa Rolandesk a Remagen; Israele – Mishkenot Sha’ananim di Gerusalemme; Svezia – Istituto Italiano di Cultura a Stoccolma – Galleria Nord a Örebro; Danimarca – Istituto Italiano di Cultura a Copenaghen; Bielorussia – Biblioteca Nazionale a Minsk.

Parlando con Raffaele De Rosa sembra di assistere ad una danza delicata, in cui la musica si snoda nel ritmo di movimenti cadenzati, sorprendenti e mai banali. Inutile porgli domande: il suo è il racconto di un viaggio personalissimo, scandito dagli incontri, dal vissuto, dal non vissuto e da tutto quello che con il suo sguardo ha catturato, liberandosene però repentinamente. «Quando dipingo io cammino dentro la mia opera. È come se facessi un viaggio e, una volta finito, tutto diventa passato. Non rinnego nulla di ciò che ho fatto, ma mai sarei in grado di riprodurre un quadro fatto vent’anni fa.  Il mio bisogno di raccontarmi cambia costantemente e ogni volta intraprendo un viaggio diverso». È per questo che durante tutta la sua carriera, De Rosa rifugge dai rapporti con quei mercanti d’arte che, in base ad accurate indagini di mercato, gli indicano cosa dovrebbe o non dovrebbe dipingere.

Le opere dell’artista sono un esempio unico ed originale di pittura fantastica. Nel 1975 inizia a lavorare con la Graphis Arte di Milano. Negli anni ’80 espone a Copenaghen presso l’Istituto Italiano di Cultura, all’Art Expo di New York, nel 1984 tiene una mostra a Gerusalemme e nel 1985 a Parigi presso la Maison de l’Unesco. Nel 1989 la società Parnaso gli allestisce numerose mostre in spazi pubblici ed il suo nome comincia a circolare negli ambienti universitari suscitando interesse fra specialisti di Antropologia e di tradizioni popolari.

Determinante nella sua vita di artista è il ritorno a Livorno: il padre voleva che il primo dei suoi tre figli cercasse un impiego e aiutasse la famiglia, ma nessun lavoro poteva tener testa all’indomita vena creativa e docilmente ribelle di un ragazzo attratto dai tanti pittori e dalle tante gallerie d’arte che al tempo popolavano la città. Fu allora, infatti, che capì di voler dipingere, pur non avendo nessuna nozione tecnica specifica da spendere a favore di un prodigio che oggi egli non riconosce come talento, ma che descrive come un’esigenza per stare bene con sé stesso. «Quando dipingo, torno a quando, da bambino, disegnavo su quella lavagna». L’architettura immaginaria delle sue opere è la stessa con cui la sua mente costruisce il suo sentire e il suo animo resta ancorato ad una genuina purezza che fa di lui un artista libero. Talmente libero da presentarsi, sedicenne, davanti alla caserma dei carabinieri e chiedere di essere arrestato. Fortemente ostacolato da suo padre perché senza un lavoro, aveva visto nella galera la possibilità di un alloggio, di un pasto caldo e, soprattutto, di tutto il tempo per dedicarsi alla pittura. Non trascorse nemmeno un giorno in prigione, ma gli inizi della sua carriera furono decisamente rocamboleschi.

I primi lavori, caratterizzati da schizzi declinati in forme geometriche astratte, si rifacevano al cubismo, anche se il giovane Raffaele ancora ignorava l’esistenza di pittori come Picasso o Braque o Cézanne. Le stesse linee si ritrovano tutt’oggi nelle sue opere che si affacciano su rigorosi impianti architettonici di città immaginarie e che pure rivendicano tratti morbidi e sinuosi, esasperati da una ricerca del colore vivido e comunicativo, che descrivono un mondo onirico di lontane battaglie, che lo lega al suo passato, e il suo entusiasmo di eterno bambino. È un rapporto stretto e intenso quello che De Rosa ha con il colore: «Per mezzo del mio disegno io racconto, ma è con il colore che cerco e trovo l’emozione».

Dal 2002 è in permanenza alla Galleria Havens a Columbia, South Carolina.

Che si tratti di rabbia o di felicità, tutti i sentimenti che il pittore prova sono magistralmente interpretati dal colore, mezzo attraverso il quale trasmette la sua interiorità a chi guarda l‘opera e si trova davanti ad una ricchezza di toni ed effetti in grado di sedurre e raccontare. Il sapiente alternarsi di tecniche diverse, il racconto di fatti di cronaca mescolato ai ricordi, al mito, alla favola, sono il fil rouge della sua arte. Se c’è qualcosa che influenza il suo lavoro, sicuramente la letteratura occupa un posto di rilevante importanza. Ciò su cui si concentra e che lo ispira maggiormente, però, non sono tanto gli scritti, quanto la personalità dell’autore e il suo vissuto. Avvicinatosi a Calvino, a Platonov e a Cervantes, solo per citarne alcuni, fa della parola la guida per l’interpretazione grafica di tutto ciò che vuole rappresentare.

Amante del teatro, adotta uno stile che lascia percepire l’ammirazione per artisti come Dürer, Mantegna, Pisanello o Piranesi, ma che diventa l’impronta di un genere pittorico senza precedenti. Anche se, a suo dire, la pittura è una cosa inutile e lui esce dai classici schemi per raccontare storie. Troppa responsabilità legata all’etichetta di artista: «Come posso essere responsabile di ciò che dipingo, come posso essere responsabile dei miei umori? Io non mi pongo mai domande: cammino dentro l’opera e questo è tutto». Una volta finito il lavoro, De Rosa resta un semplice spettatore. Se capita che un’opera rimanga nel suo studio e a lui torni la voglia di viaggiarci dentro, riprende il suo viaggio e le dà nuova luce, consapevole di quello che va cercando. Una consapevolezza che svanisce nel momento esatto in cui da quel quadro torna indietro e l’opera è finalmente compiuta. Forse è per questo che vorrebbe non dare mai un titolo a nessuna delle sue opere, atteggiamento che racconta della sua personalità impalpabile, che non cerca gloria ma che si arrende al movimento sulla tela con cui egli accompagna lo spettatore in una dimensione immaginifica ma paradossalmente vicina ad una realtà tangibile. Il fascino che emanano insieme l’uomo e il pittore mi mette all’angolo come in un ring e resto immobile e incredula quando, davanti ad un suo quadro, mi chiede: «Ma perché ho dipinto questo?».

(Raffaele De Rosa, la poetica visionaria di un pittore irriverente – Barchemagazine.com – Agosto 2021)