Paolo Bozzo Costa, Luxury Globe-Trotter

55 mila miglia in quasi 4 anni. Tra bellezze naturali, pericoli meteorologicI e tensioni geopolitiche, il capitano Paolo Bozzo Costa ci racconta il suo giro del mondo sull’Overmarine Mangusta Gransport 54 El Leon

by Annarita Mariani

Voi amate il mare, capitano? Sì! L’amo! Il mare è tutto. (…). Il suo respiro è puro e sano. È l’immenso deserto dove l’uomo non è mai solo, poiché sente fremere la vita accanto a sé. Il mare non è altro che il veicolo di un’esistenza soprannaturale e prodigiosa; non è che movimento e amore, è l’infinito vivente”. Così il capitano Nemo del fantascientifico libro “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne descrive in modo poetico e accorato quello che il mare rappresenta per sé. E così io mi immagino il pensiero di ogni Capitano, che sceglie una vita a spasso per oceani tranquilli e tempestosi, travolto da una passione tanto forte da immolare la propria esistenza alla scoperta. E questa passione la ritrovo nelle parole del Capitano Paolo Bozzo Costa, celebre per aver solcato gli oceani di tutto il mondo, non con il Nautilus, ma con un altrettanto sofisticato Overmarine Mangusta GranSport 54, un viaggio compiuto nell’arco di quasi 4 anni e 55 mila miglia nautiche percorse tra gli oceani Atlantico, Pacifico e Indiano.

«NELL’ESTATE DEL 2019, DOPO AVER PERCORSO 1.200 MIGLIA DI NAVIGAZIONE INLET, OSSIA NEL MARE CHIUSO TRA LA TERRAFERMA DELL’ALASKA E LE ISOLE DI FRONTE, ABBIAMO PASSATO DUE MESI TRA LO STATO PIÙ A NORD DEGLI USA E LA BRITISH COLUMBIA, PASSANDO DA SEATTLE A VANCOUVER E RISALENDO FINO A JUNEAU».

«Prima del 54 metri El Leon l’armatore possedeva un Overmarine Mangusta da 40 metri con il quale facevamo anche doppia stagione», ci dice il Capitano Bozzo Costa. «Con quello abbiamo girato tanto, era una barca veloce con 4 idrogetti, inverno ai Caraibi ed estate in Mediterraneo. Poi al boat show di Miami ci arrivò tra le mani il progetto di questo 54 metri. Dopo un incontro con i vertici Overmarine, partì questa avventura per l’esemplare numero uno. L’Armatore firmò il progetto e da lì, dopo qualche modifica, partirono i lavori, che ho personalmente seguito. 3 anni di costruzione, consegna nel 2018: era varato El Leon. Si tratta di una barca molto versatile con cui abbiamo traversato gli oceani con prestazioni importanti e consumi molto ridotti. Abbiamo avuto la possibilità di raggiungere i 32 nodi in navigazione, è molto prestazionale, ma difficilmente li abbiamo raggiunti. La mia filosofia di navigazione è più lenta e con meno impatto ambientale possibile».

«IN FRENCH POLINESIA, VICINO ALLE FIJI ABBIAMO AVUTO 48 ORE DI MARE MOLTO GROSSO E INASPETTATO, MA LA DIREZIONE ERA AL TRAVERSO E NON DI PRUA, QUINDI IL MARE, SEPPUR GROSSO, ACCOMPAGNAVA LA BARCA».

Capitano, ma è nato prima l’uovo o la gallina, ossia: avete pensato a quell’imbarcazione per realizzare questo viaggio, o il viaggio è stato una conseguenza delle prestazioni della barca? Le cose arrivarono un po’ per caso. Eravamo in Florida e da lì saremmo partiti alla volta dei Caraibi, ma poi ci confrontammo su alcune fotografie inviatemi da un mio collega che era in Alaska. All’armatore piacque l’idea di un viaggio più inconsueto. «Con le dovute attenzioni ce la possiamo fare. Attraverseremo Panama e poi inizieremo a costeggiare la California, poi arriveremo in Alaska», gli dissi. Così fu: nell’estate del 2019, dopo aver percorso 1.200 miglia di navigazione inlet, ossia nel mare chiuso tra la terraferma dell’Alaska e le isole di fronte, abbiamo passato due mesi tra lo stato più a nord degli USA e la British Columbia, passando da Seattle a Vancouver e risalendo fino a Juneau.

E come è stato? Cosa avete trovato e visto lungo il viaggio, e poi durante la permanenza? È stato molto particolare, è quasi come navigare in fiume perché è una navigazione stretta, con forti correnti, a volte arriva la nebbia di colpo. Ma i panorami sono indescrivibili, abbiamo dato fondo in baie dove c’eravamo solo noi. Ci è capitato di osservare al binocolo degli orsi che passavano con i cuccioli sulle spiagge di fronte, abbiamo visto le orche. Insomma, paesaggi ed esperienze inusuali per lo yachting.

Ci racconti un aneddoto… Eravamo in una baia, siamo scesi con il tender e l’Armatore prese del ghiaccio da un iceberg, così abbiamo pensato bene di fargli un cocktail. Penso che sia un’esperienza che l’armatore difficilmente potrà dimenticare.

L’Alaska è stata la tappa più coinvolgente? L’Alaska e l’Asia sono stati i momenti e i paesaggi più interessanti durante questo giro del mondo, l’Alaska perché è proprio qualcosa di diverso, lo è ad esempio nel vivere il paese che ti ospita in quel momento. Abbiamo viaggiato con un pilota alascano a bordo H24 con cui si condivide la navigazione, che conosce i luoghi molto bene, che si interfaccia con altri piloti. È stato tutto molto più sicuro e ben organizzato, tra l’altro è obbligatorio avere un pilota locale a bordo per tutto il periodo di permanenza.

Sull’Asia ci torniamo tra un po’. Dall’Alaska… poi? Siamo riscesi in California per la manutenzione ordinaria e nell’inverno tra 2019 e il 2020 abbiamo fatto la traversata della prima parte del Pacifico fermandoci alle Isole Marchesi, che fanno parte della Polinesia Francese, e abbiamo fatto crociera in tutta la Polinesia.

Era il periodo del Covid iniziale e più severo… come avete affrontato le restrizioni e i divieti? L’armatore è riuscito a raggiungere in aereo El Leon poco prima che chiudessero le frontiere, ma non è stato facile perché è arrivato qualche caso di Covid a Papeete, nella capitale, e le autorità francesi hanno deciso di fermare i voli isolando gli arcipelaghi. Hanno poi dato ordine agli yacht di non muoversi e noi ci siamo trovati ad un bivio: restare in French Polinesia o andare via? Andare via comportava un rischio: avevamo i Monsoni in arrivo verso Panama; andare avanti significava, invece, probabilmente non poter entrare. Quindi siamo rimasti fermi 40 giorni all’ancora aspettando istruzioni. Poi la situazione è migliorata e siamo arrivati a Bora Bora tre giorni dopo la revoca del lockdown.

«ABBIAMO VISITATO MOLTISSIME DELLE OLTRE 17.000 ISOLE DELL’INDONESIA, SIAMO ARRIVATI A NORD SOTTO ALLE FILIPPINE, ABBIAMO VISTO SULAWESI E ALTRE ISOLE CONOSCIUTE COME LE ISOLE DI JURASSIC PARK, PROPRIO A SIGNIFICARE QUANTO QUESTI LUOGHI SIANO SELVAGGI E INCONTAMINATI.»

«ERAVAMO IN UNA BAIA, SIAMO SCESI CON IL TENDER E L’ARMATORE PRESE DEL GHIACCIO DA UN ICEBERG, COSÌ ABBIAMO PENSATO BENE DI FARGLI
UN COCKTAIL.
PENSO CHE SIA UN’ESPERIENZA CHE L’ARMATORE DIFFICILMENTE POTRÀ DIMENTICARE».

Possiamo immaginare una Bora Bora inconsueta… Sì, praticamente non c’era nessuno, non c’erano turisti, non c’era nulla di aperto. Una situazione diversa, ma privilegiata, se vogliamo…

Ci vuole sangue freddo per gestire una situazione così delicata… Devo dire che abbiamo tenuto alto il morale del gruppo, nonostante il pensiero volasse sempre all’Europa e alle nostre famiglie.

Ecco, famiglie. Come si gestisce da Capitano di una nave da diporto la vita privata, è mai rientrato durante questi quasi 4 anni? Sì, rientravo per due mesi e poi riprendevo il viaggio, in quei periodi di mia assenza c’era il Primo Ufficiale a sostituirmi, o una persona da me designata, è stato un giro molto lungo, ma onestamente ben strutturato per tempistiche e location. Abbiamo avuto modo di farlo, ma anche di gestire al meglio la nostra vita privata.

«IN MAR ROSSO, SOPRATTUTTO NELLA PARTE INIZIALE, C’È PERICOLO
DI PIRATERIA. QUINDI BISOGNAVA AVERE A BORDO LE GUARDIE ARMATE, CHE SONO SALITE ALLE MALDIVE E CI HANNO SCORTATO FINO IN EGITTO».

Ci sono stati dei momenti di criticità per le condizioni meteomarine o per questioni geopolitiche? Situazioni impegnative ce ne sono state alcune. In pericolo non lo siamo mai stati, ma ovviamente in 55 mila miglia in 4 anni si possono presentare delle criticità. In French Polinesia, vicino alle Fiji abbiamo avuto 48 ore di mare molto grosso e non previsto, ma la direzione era al traverso e non di prua, quindi il mare – seppur grosso – accompagnava la barca. El Leon ha un’eccellente tenuta di mare e degli stabilizzatori molto potenti che ci hanno permesso di affrontarlo. Un’altra volta è capitato in Mar Rosso inaspettatamente: si tratta di un mare chiuso, ma che sa essere molto aggressivo. Inoltre proprio in Mar Rosso, soprattutto nella parte iniziale, c’è pericolo di pirateria. Quindi bisognava avere a bordo le guardie armate, che sono salite alle Maldive e ci hanno scortato fino in Egitto. In quei giorni abbiamo preso un mare che non ci permetteva di andare avanti, ma il pericolo di pirateria non ci consentiva neanche di stare fermi. Da una parte il pericolo dei pirati di nazioni ostili, dall’altro l’Arabia Saudita che non consentiva l’ingresso nelle loro acque, e quindi per 2 giorni ho temporeggiato facendo in sostanza avanti e indietro lungo lo stesso tratto di mare, nell’attesa che si placasse verso nord fino a permetterci di attraversarlo.

L’armatore era a bordo? No, eravamo solo noi dell’equipaggio e le guardie armate. Aspettavamo che l’armatore arrivasse per la crociera in Egitto.

Il problema della pirateria poteva esserci anche in Asia? Ci sono delle società di sicurezza che si occupano di monitorare e aggiornare la situazione da questo punto di vista. Poteva esserci questo rischio, soprattutto nello Stretto di Malacca, tra la penisola Malese e l’isola indonesiana di Sumatra, ma negli ultimi anni i pirati sono stati scoraggiati dalle autorità, il consiglio era quello di farlo velocemente senza fermarsi, ed è quello che abbiamo fatto.

Il Mangusta GranSport 54 El Leon ha una stazza internazionale di 498 Gross Tonnage, 358 tonnellate di dislocamento a mezzo carico, 54 metri di lunghezza e 9 di larghezza, 10.400 cavalli di potenza complessiva dei 4 motori Mtu di 1.939 kW ciascuno, circa 30 nodi di velocità massima, oltre 4.200 miglia nautiche di autonomia a 12 nodi.

Quindi vi siete spostati in Asia… come ci siamo arrivati? Dopo le Fiji siamo andati in Australia per la manutenzione e da lì siamo saliti in asia, dove siamo rimasti per un anno e mezzo, facendo base a Bali, e abbiamo avuto modo di visitare l’Indonesia molto approfonditamente, che è meravigliosa soprattutto dal punto di vista naturalistico, sopra e sott’acqua, dove c’è ancora una fauna incontaminata e ricchissima di biodiversità. Abbiamo visitato moltissime delle oltre 17.000 isole che la compongono, siamo arrivati a nord sotto alle Filippine, abbiamo visto Sulawesi e altre isole conosciute come le isole di Jurassic Park, proprio a significare quanto questi luoghi siano selvaggi e incontaminati.

Dove vorrebbe portare ancora El Leon? Una crociera sui mari del Nord… una bella estate tra i fiordi norvegesi… però per ora c’è il Mediterraneo, che resta uno dei mari più belli del mondo.

(Paolo Bozzo Costa, Luxury Globe-Trotter – Barchemagazine.com – Ottobre 2023)