Nel nome dell’Ebitda, l’editoriale di Franco Michienzi

La finanza è tornata ad investire nell’industria nautica italiana ed europea, immaginando che possa generare profitti stellari molto più alti di altri settori. Forse è il caso di valutare attentamente i piani di sviluppo

by Francesco Michienzi

A DIFFERENZA DEI PRINCIPALI SETTORI MANIFATTURIERI, L’INDUSTRIA DELLA NAUTICA DA DIPORTO non ha subito in alcun modo il progressivo deterioramento del quadro macroeconomico nazionale. Negli ultimi anni la manifattura nel suo complesso è cresciuta di circa un punto percentuale, mentre quella del nostro settore ha registrato uno sviluppo molto più importante. L’Italia è leader per saldo commerciale, con 2,2 miliardi di dollari, davanti a Regno Unito 1,5, Paesi Bassi 1,4, Germania 0,7 e Polonia 0,5, ed è tra i maggiori esportatori, seconda solo ai Paesi Bassi, davanti a Regno Unito, USA, Francia e Germania. La nautica Made in Italy conta un fatturato globale di 4,78 mld di euro, di cui 1,64 mld nel mercato interno, e 23.510 addetti diretti, che diventano oltre 180.000 considerando tutta la filiera.

Anche per il 2021 l’Italia conferma la leadership a livello mondiale nel settore dei superyacht, con 407 scafi in costruzione su un totale di 821 a livello globale. Per l’Italia si tratta del maggiore numero di ordini registrato dal 2009 in poi. 

Sarà per questa ragione che i fondi di investimento finanziario si sono rimessi in moto verso il mondo delle barche. Si stanno moltiplicando le notizie di raccolte di denaro con la prospettiva di guadagni stratosferici. Recentemente ho visto il prospetto finanziario di un brand che ritorna sul mercato dopo circa dieci anni che presenta un piano con un fatturato previsto per il 2021 di 5,6 milioni di euro e un Ebitda negativo di 28 mila euro, 15 milioni nel 2022, 33 nel 2023, 54 nel 2024, 86 nel 2025 e 116 nel 2026 con un Ebitda di 20 milioni di euro. 

«Il nostro pensiero di una felicità futura è sempre chimerico: ora c’inganna la speranza, ora ci delude la cosa sperata». Arthur Schopenhauer

Se questo piano dovesse realizzarsi, sarei la persona più felice della terra. La cosa che però più mi lascia perplesso è che non è l’unico con queste prospettive di crescita. Un altro investitore annuncia la messa in costruzione di 30 barche di oltre 60 piedi già vendute per il 2021. Non parliamo poi di coloro che sono partiti rilevando marchi caduti in disgrazia e che erano certi di quotarsi in Borsa nel giro di tre anni, senza neanche aver costruito una barca, e di cui si sono perse le tracce.

La cosa che li accomuna è la vision: “Essere una bella e affiatata famiglia di figure professionali che credono negli obiettivi che la proprietà ambisce a conseguire. Obiettivi in cui si fondono la funzionalità pragmatica e lo stile italiano, la tecnologia e l’esperienza dei maestri artigiani, l’innovazione e una fine ricerca dei materiali, la passione di vivere il mare e la cura minuziosa dei dettagli. Tutti elementi che si racchiudono nella sola parola customizzazione. La barca come un prodotto cucito, in maniera quasi sartoriale, sulle esigenze del singolo cliente. Un nuovo modo di concepire l’azienda e il prodotto, insomma. E anche un rapporto con i dipendenti, paritario e garbato. Di confronto e condivisione. Dal reparto produzione all’engineering, all’interior design fino alle maestranze in cantiere. Tutti a spingere in un’unica direzione e con un unico obiettivo”.

Vi risparmio il resto sul rapporto con l’ecologia e la sicurezza sui luoghi di lavoro. Tutte cose che se fossero vere ci farebbero esultare di giubilo. Altri nei loro prospetti dicono più o meno le stesse cose con parole diverse; quasi a sottolineare che i brand italiani di maggior successo non customizzano, non sono attenti alla qualità dei materiali, non rispettano lavoratori e ambiente, per cui c’è bisogno di questi nuovi costruttori di yacht.

Possiamo solo sorridere di fronte alla superficialità con cui si guarda dall’esterno al nostro settore. Davvero questi investitori pensano che il mercato della nautica crescerà così velocemente da permettere questi profitti? Pensano davvero che, partendo da zero, si possa costruire un prodotto di qualità basandosi su un progetto industriale teorico? Forse hanno visto analisi di mercato con prospettive di crescita così elevate e vuoti di capacità produttiva da colmare? Oppure pensano di essere così competitivi da rubare quote ai marchi più affermati? Non ho una risposta, non mi resta che attendere. Tre anni passano in fretta e spero di essere ancora qui per verificarlo.

Sia chiaro che non sono minimamente contrario all’innovazione finanziaria. Vorrei solo che fosse senza abusi e dentro regole ben definite, con controlli penetranti, per offrire alle imprese la possibilità di tutelarsi dai rischi e di creare liquidità necessaria per il proprio core business. Tuttavia, non si può prescindere dalla deregolamentazione iniziata a metà degli anni Ottanta nel mondo angloamericano che ha rapidamente contagiato l’intero universo e le economie più avanzate, attivando ovunque una mutazione genetica della finanza.

Ebitda

«Un mondo in cui lo spirito creativo è vivo, in cui la vita è un’avventura piena di gioia e di speranza, basata piuttosto sull’impulso a costruire che sul desiderio di mantenere ciò che si possiede o di impadronirsi di ciò che è posseduto dagli altri». Bertrand Russell

La finanza si è trasformata in una vera e propria industria il cui manufatto finale sono più quattrini inseriti nei prodotti finanziari, figli della ingegnerizzazione innovativa e della cultura dell’imbroglio. Questi nuovi prodotti hanno invaso il pianeta creando una sorta di nuova moneta virtuale, il cui valore complessivo viene stimato nove volte il Pil mondiale. La mutazione genetica ha sottratto risorse all’economia reale innescando, dal 2007 in poi, una crisi recessiva globale durata otto anni, la cui coda fa ancora sentire i suoi effetti in Italia e in Europa. L’enorme massa di liquidità che gira per il mondo va in cerca della più profittevole allocazione, nel più breve tempo possibile.

Tra il 2010 e il 2013 le grandi multinazionali americane, europee e giapponesi hanno investito in attività finanziarie 1,5 volte ciò che hanno investito sul terreno industriale. Chi gestisce la finanza e le speculazioni fa crescere o diminuire i valori ad arte. Se il titolo cresce le persone comprano non guardando al sottostante, ma semplicemente alla percentuale di utile. Quando la gente è stata resa ubriaca dal miraggio dei facili guadagni, e quindi non vede più il limite, ecco che il fondo che gestisce l’operazione comincia a vendere, realizzando il suo profitto. Ma a fronte del profitto di un gruppo sparuto di soggetti ce ne sono tanti che hanno perso in attesa di un impossibile rialzo.

Forse la mia visione economica è old style e sono più interessato alle cose materiali, come una bella barca, ben progettata, ben costruita e che sia il frutto del lavoro di persone capaci che si sono prese il tempo necessario per realizzarla senza la pressione di chi deve comprimere tutto in nome di un Ebitda adeguato per l’investitore di turno. Inoltre, non mi dispiacerebbe rivedere qualche bella e solida azienda di casa nostra in grado di produrre microchip senza dipendere da fornitori dell’altro capo del mondo.

(Nel nome dell’Ebitda – Barchemagazine.com – Giugno 2021)