Il santuario dei fusti tossici

Mare tempestoso, vento a 130 km/h e onde di 8 metri: dal cargo Venezia della Grimaldi Lines cadono in mare 200 fusti colmi di sostanze tossiche contaminanti. Dove? Nel bel mezzo di un’area marina protetta. Fortunatamente oggi questo non può più accadere grazie a una nuova legge

by Niccolò Volpati

Molti anni fa, mi sembra nel 1995, mi trovavo in vacanza nell’arcipelago toscano. Avevamo preso la barca in affitto all’Elba. Dopo aver circumnavigato l’isola, si decise di far rotta verso la costa toscana e fu così che, in pieno mese di agosto, tra Cavo e Punta Ala ho incontrato una balena. I delfini sono piuttosto comuni in mare, accade spesso di incrociare la rotta con questi mammiferi in Mediterraneo, ma una balenottera non mi è mai più capitata. In un tratto di mare piuttosto affollato, popolato da tante barche, solcato ogni ora da un traghetto che collega Portoferraio a Piombino, la balenottera emergeva tranquillamente in superficie spruzzando acqua dallo sfiatatoio che ha sul dorso, a breve distanza dalla nostra barca. Appena sceso a terra avevo voglia di raccontare quell’incontro e così feci al primo bar del porto. Gli avventori del bar smorzarono immediatamente il mio entusiasmo, spiegando che era un fenomeno piuttosto frequente. Poco tempo dopo, quella zona fu sottoposta a tutela. Divenne definitivamente “Il santuario dei cetacei” nel 1999. L’area protetta è decisamente vasta. Si tratta di 100.000 chilometri quadrati di mare, da Tolone (in Costa Azzurra) a Capo Falcone (nella Sardegna occidentale), passando da Capo Ferro (Sardegna orientale) fino a Fosso Chiarone (in Toscana). Tutto l’arcipelago è compreso nell’area marina.

Per proseguire la nostra storia serve fare un salto temporale di parecchi anni. Siamo nel 2011 e precisamente il 17 dicembre. Tra l’Elba e la Gorgona sta navigando un cargo della Grimaldi Lines. Si chiama Venezia, è partito da Catania e deve arrivare a Genova. A bordo ci sono anche 200 fusti tossici che provengono dalla raffineria di Priolo Gargallo, in provincia di Siracusa. I bollettini del 16 e del 17 dicembre non sono molto rassicuranti. Parlano di mare tempestoso, vento fino a 130 chilometri orari e onda di otto metri. Nonostante ciò, il comandante del cargo decide di salpare lo stesso da Catania. In prossimità della Gorgona passa per una rotta molto più vicina alla costa di quanto previsto e un po’ per le cattive condizioni meteo, un po’ – così ha sostenuto – per una brusca accostata fatta per evitare un’altra imbarcazione, i 200 fusti tossici finiscono in mare.

Quanti sono, di preciso, i fusti?
Questa storia ha ancora molte zone d’ombra. Il primo problema è quantificare il numero dei fusti. Per diverse settimane si era incerti sulla quantità. I documenti raccontano che a bordo della Grimaldi ce n’erano 224. A Genova ne sono giunti solo 26, quindi, per sottrazione, ne mancano 198. Il problema è che la Capitaneria di porto di Livorno e anche alcuni giornali locali sostenevano che i fusti fossero 112. Ora sembra accertato che si tratti di 198.

Cosa contengono?
Anche su questo, sembra assurdo, ma non c’è certezza. Inizialmente si è parlato di 40 tonnellate di catalizzatore Co.Mo (cobalto-molibdeno), che serve nella lavorazione degli idrocarburi. I fusti, infatti, partono dalla raffineria di Priolo di proprietà Erg e Lukoil. Si tratta di sostanze chimiche, tossiche e inquinanti, che vengono utilizzate per raffinare la benzina, che non a caso viene definita un idrocarburo “leggero”. Il pericolo è dato anche dal fatto che a contatto con l’aria rischiano l’autocombustione. Insomma, per passare dal petrolio alla benzina servono dei catalizzatori. La raffineria ha fornito le schede tecniche definendoli «catalizzatori a base di ossidi di cobalto e di molibdeno esausto». Il 20 dicembre scorso, però, comunica alla Capitaneria di porto di Livorno che i bidoni contengono «catalizzatori a base di ossido di nichel e molibdeno da rigenerare». Nichel o cobalto? Il primo è molto peggio del secondo perché il solfato di nichel è altamente solubile e quindi si disperde facilmente in mare. La risposta definitiva l’hanno data le autorità sanitarie del porto di Genova che hanno analizzato i 26 fusti sopravvissuti, confermando che si tratta di catalizzatore NI-Mo (nichel-molibdeno).

Dove si trovano?
Sono stati individuati dalla Minerva Uno, una nave incaricata di localizzarli. Si trovano a Ovest della Gorgona, tra quest’isola e la secca di Santa Lucia, su un fondale di 400-450 metri. L’Arpat (l’ente regionale toscano per la tutela ambientale), dando notizia della localizzazione, comunica anche che sono aperti. Purtroppo era un’eventualità da mettere in conto, visto che prima di attivare le ricerche e, soprattutto, prima di individuarli sono trascorsi due mesi. A 450 metri di profondità la pressione è di 50 kg/cmq e quindi era ovvio che i fusti non potevano resistere all’infinito.

Quali danni possono provocare?
È piuttosto difficile fare previsioni, ma oltre alla flora e alla fauna marina, il rischio è che queste sostanze tossiche entrino perfino nella catena alimentare. Recentemente Greenpeace ha presentato i risultati su una ricerca effettuata nella zona. Lo studio è partito dall’analisi delle sogliole che nuotano nel Santuario dei cetacei. Il risultato non è confortante, perché si è scoperto che contengono metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. Tutte sostanze pericolose per la salute. La denuncia presentata da Greenpeace è basata su solidi dati scientifici: una ricerca svolta tra mar Ligure e medio-alto Tirreno per capire quanto siano contaminate le acque di questa area. Si sono scelte le sogliole per vari motivi. Innanzitutto conducono una vita stanziale, a contatto con i fondali marini fangosi e, quindi, sono un ottimo bioindicatore, ovvero permettono di valutare la qualità dell’ambiente in cui vivono. In secondo luogo, sono un importante anello della catena alimentare. Di sogliole si nutrono i cetacei, ma anche noi ne apprezziamo la carne delicata, tanto che sono tra i pesci consigliati per lo svezzamento dei bambini. Da giugno a luglio scorso, ben prima dello sversamento di fusti tossici dalla Grimaldi, sono stati prelevati 31 campioni di questo pesce in cinque aree: Viareggio, Livorno, Lerici, Genova e Civitavecchia. Le prime quattro sono all’interno del Santuario dei cetacei, l’ultima, invece, si trova poco fuori del margine meridionale dell’area. Le sogliole sono state poi inviate per l’analisi al dipartimento di scienze ambientali dell’università di Siena. Tutti i campioni sono contaminati da metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. In alcuni casi, metalli e idrocarburi hanno raggiunto concentrazioni al di sopra dei limiti di legge. Ma di quali sostanze stiamo parlando? Gli idrocarburi policicli aromatici (Ipa) si trovano naturalmente nel carbon fossile e nel petrolio, ma si possono anche produrre, per esempio, bruciando combustibile fossile, legname, rifiuti. In alcuni casi vengono utilizzati per la creazione di plastiche, coloranti, pesticidi e medicinali. Gli Ipa sono tanti, ma 16 di essi sono stati inseriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i principali inquinanti dell’ambiente.

Tra questi, ce ne sono alcuni che lo Iarc (International agency for research on cancer) ha classificato come «probabili cancerogeni per l’uomo», mentre uno, il benzo(a)pirene, è stato riconosciuto come sicuramente cancerogeno per l’uomo. Il Bisfenolo A (Bpa) è usato per la produzione di plastiche. Molti studi hanno dimostrato che ha effetti cancerogeni e neurotossici, tanto che alcune industrie lo hanno eliminato dai prodotti, soprattutto quelli destinati ai bambini. Infine, ci sono i metalli pesanti. Nelle sogliole analizzate ne sono stati trovati tre: piombo, cromo e mercurio. Il piombo è tossico per il sistema nervoso. Il cromo può causare diversi effetti sulla salute umana, da reazioni allergiche a problemi respiratori, fino a indurre cancro ai polmoni. Il mercurio è dannoso per il sistema nervoso centrale e per i reni.

Grimaldi + Costa Concordia
A complicare le cose, proprio nella stessa zona, non ci sono solo i fusti tossici della Grimaldi Lines. Il 13 gennaio scorso, come ben sa tutto il mondo, la Costa Concordia ha fatto naufragio a poche decine di metri dall’isola del Giglio. Le operazioni di svuotamento dei serbatoi sono state fatte, fortunatamente. Il relitto è aggrappato alla secca della Gabbianara e sembra che si regga su due soli spuntoni di roccia. Il cambio di assetto della Costa Concordia sarebbe visibile anche a occhio nudo. Se ne sono accorti i sommozzatori che operano all’interno. Il 30 gennaio, utilizzando delle micro cariche esplosive, hanno aperto un varco nella plancia riservata agli ufficiali. Quando lo hanno fatto, il “buco” era ben al di sopra del livello dell’acqua.
A distanza di un mese, quel varco è adesso completamente sommerso. Le cause non sono da ricercare nelle mareggiate e nel maltempo, ma nelle forze gravitazionali a cui è sottoposta la nave che si trova in una posizione del tutto innaturale.

Ma quali sono le sostanze inquinanti che si trovano ancora a bordo della Concordia? Recentemente l’armatore, cioè la Costa Crociere, ha fornito un elenco che è stato poi diramato dalla Protezione civile. Tra le varie sostanze, si legge nel comunicato, ci sono quasi 2.040 metri cubi di liquidi vari, tra cui 1.351 metri cubi di acque nere e grigie, 41 metri cubi di olii lubrificanti, 600 kg di grassi per apparati meccanici, 354 kg di smalti densi, 855 litri di smalto liquido e 293 litri di pittura.

L’elenco è incompleto e troppo generico secondo Greenpeace. L’organizzazione ambientalista ha stilato un rapporto dal titolo Toxic Costa dove viene criticato l’uso di termini generici come pitture e smalti o insetticida. «Per effettuare una stima apprezzabile dei rischi per l’ambiente – afferma Vittoria Polidori, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace – bisogna specificare di quale insetticida si tratti». Anche in questo caso, così come per i fusti tossici caduti dalla Grimaldi Lines, i pericoli non li corre solo l’ambiente, ma anche la salute degli esseri umani. Dannoso è anche l’ipoclorito di sodio, meglio noto come candeggina. Secondo l’armatore, la Costa Concordia ne trasportava una tonnellata. Si tratta di una quantità enorme. Questa sostanza, reagendo con gli acidi organici presenti in mare, può produrre sostanze pericolose come i trialometani, che sono tossici per fegato e reni.

Sempre il rapporto Toxic Costa di Greenpeace, ricorda che alcuni trialometani sono cancerogeni. Passando ai carburanti, le notizie non sono più confortanti. È iniziata l’estrazione del gasolio, ma la pancia della Costa contiene anche l’Ifo380, un combustibile particolarmente pericoloso per la sua densità e non a caso è stato vietato nella navigazione in Antartico. Recentemente, la portacontainer Rena che si è incagliata e spezzata sulla barriera corallina della Nuova Zelanda ne ha rovesciato in mare “solo” 400 tonnellate. La conseguenza è stata quella di aver ucciso circa 20 mila uccelli marini e di aver inquinato decine di chilometri di costa. L’Ifo380 è irritante per gli occhi e per la pelle e tra i suoi componenti c’è anche una sostanza cancerogena: il benzo(a)pirene. Tanto per non farci mancare nulla, anche questa sostanza è capace di risalire la catena alimentare e arrivare a contaminare gli esseri umani.

Quali rimedi?
I primi che vengono in mente sembrano regole di buonsenso, ma evidentemente non sempre sono seguite. Dell’inchino di Schettino a pochi metri dall’isola del Giglio si è già parlato a sufficienza. Certo è, indipendentemente dalle responsabilità che verranno accertate, che una nave da crociera con più di 4 mila passeggeri non doveva trovarsi così vicino agli scogli. Per quanto riguarda la Grimaldi Lines, come è possibile che un comandante di un cargo che trasporta rifiuti tossici decida di salpare con mare tempestoso, vento a 130 km/h e onde di otto metri? Il trasporto via mare di merci pericolose è sottoposto al programma Hazmat delle Capitanerie di porto.

Recentemente questo programma è stato ulteriormente specificato da un accordo firmato dai Paesi dell’UE. Hazmat prevede che le aziende che spediscono e trasportano materiali pericolosi e inquinanti dovrebbero essere monitorate dalla partenza all’arrivo. Cosa avevano comunicato la Grimaldi Lines e la raffineria di Priolo alle autorità? Come è possibile che per avere certezza delle sostanze cadute in mare sia stato necessario analizzare i fusti “sopravvissuti” che sono arrivati nel porto di Genova? E che senso ha un programma simile se un’autorità non può impedire, causa burrasca, di salpare? Qualcuno, come un pescatore livornese, intervistato dal settimanale Panorama, sostiene che nel tratto di mare tra la Gorgona e il banco di Santa Lucia abitualmente si riversano rifiuti tossici e sostanze pericolose. In passato, alcune navi sono state anche individuate e segnalate. Il fondale è tanto, si arriva in fretta a 600 metri e oltre. E soprattutto è fangoso. Tutta sabbia, per capirsi. Quando i rifiuti toccano il fondo, quindi, vengono rapidamente ricoperti per effetto delle correnti e “scompaiono” negli abissi.

Fortunatamente dal 1° marzo scorso navigazione, ancoraggio e sosta per tutte le navi merci e passeggeri di stazza superiore alle 500 mila tonnellate sono stati vietati in una fascia di mare che si estende per due miglia marine dai limiti esterni di parchi e aree protette a livello nazionale, sia marine che costiere.  Una norma riguarda il Santuario dei Cetacei: l’obbligo di specifici sistemi di ritenuta di carichi pericolosi per tutte le navi in transito nell’area, ricca di balene e delfini.

(Il santuario dei fusti tossici – Barchemagazine.com – Maggio 2012)