Fabio Buzzi, la termodinamica è il segreto del futuro

Una vita ricca di successi, record e tanto impegno. I suoi progetti hanno fatto storia e ancora continuano a stupire e a essere imitati, dopo 50 anni di duro lavoro, correndo veloci tra l’oggi e il domani. Tanto veloci da battere ancora qualche primato

pensieri e parole raccolti da Franco Michienzi

Progettare il futuro è il bellissimo titolo di un bellissimo libro. Realizzare imbarcazioni di ogni tipo, dimensione e funzione e lasciare al tempo stesso un’orma nella storia, ingombrante, importante e indelebile: questo è ciò che ha fatto Fabio Buzzi, ingegnere, progettista e imprenditore. In questo incontro, partendo dalle pagine del suo libro ci racconta con una passione, non priva di polemica, la sua lunga attività che ha toccato vari campi (diporto, motonautica, militare), tracciando un quadro un po’ pessimista di presente e futuro, da cui comunque traspare ancora tanta voglia di vivere e di insegnare.

Quest’opera omnia contiene tutta la sua vita di progettista?
No, in realtà è presente solo una piccola parte (18 anni) e mancano anni significativi della mia vita, in cui il mio lavoro è cambiato molto.

Qual è l’evento più significativo di tutta la sua esperienza professionale?
Il cambiamento del mercato: sono passato da un’attività improntata all’80% sulle gare a un impiego basato per il 10% sulle gare, il 10% sul diporto e l’80%, infine, sul militare, un campo in cui ho trovato lo sbocco naturale di tutto il grande lavoro di ricerca che abbiamo fatto in precedenza. Il militare cerca una barca da gara che deve essere competitiva perché in un certo senso ingaggia una accesa competizione contro un nemico, che può essere un contrabbandiere o un pirata.

E qual è, invece, il cambiamento più significativo dei 18 anni presi in considerazione nel libro?
Senza dubbio l’11 settembre, che ha trasformato il mondo.

In merito alla sua carriera, invece?
Sempre l’11 settembre. Il mercato è crollato e ho capito che da quel momento non si sarebbe più andati alla ricerca di barche veloci, ma semplicemente convenienti. I militari, per esempio, si sono trovati a dover risparmiare sul combustibile e a diminuire i loro pattugliamenti. Sono convinto che l’11 settembre sia iniziata la disfatta dell’Occidente che ancora oggi stiamo vivendo, con tutta una serie di conseguenze. Chi ha progettato gli attentati, per altro, era un genio militare e una mente eccelsa ed escludo che fosse Bin Laden. Dopo Pearl Harbor è stato l’attacco meglio ingegnato che sia mai stato fatto.

In questi dieci anni il suo lavoro ha riguardato il campo militare senza trovare sbocco nel diporto. Come mai?
È il diporto che non è sboccato, anzi, è affondato miseramente, visto che rappresenta la parte piacevole e in un certo senso superflua della vita (l’automobile al limite serve per andare a lavorare ed è una necessità, a differenza della barca). Credo che il mercato nautico si restringerà a un 20% di quello che è stato in questi anni e sarà composto solo da veri armatori, mentre in passato ci sono state troppe persone che hanno comperato barche solo per apparire e perché era “di moda”.

Cambierà anche la tipologia d’imbarcazioni?
Non si andrà più alla ricerca d’interni con marmi, pero, melo o essenze pregiate. Se lei vede le barche dei veri navigatori si renderà conto che sono bellissime, senza avere i Picasso appesi alle pareti o l’idromassaggio in bagno. Le persone intelligenti hanno smesso da tempo d’investire nelle imbarcazioni e lo hanno fatto nei posti barca, come Vitelli, che sicuramente è il più preparato degli investitori italiani e mi dispiace se si troverà degli ormeggi vuoti: la colpa non è sua ma della crisi e dell’uso in parte sbagliato della legge.

Il prodotto, quindi, sarà molto diverso?
Mi ricordo che quando ho fatto alcuni record di velocità con una barca che si chiamava FB80 è venuto un padre con un bambino che gli ha detto: «Questa barca ha quattro motori! Chissà quanti cavalli ha, quante miglia fa e che potenza raggiunge…». Dopo l’11 settembre ho rimesso la stessa barca in acqua e sono andato in un altro porto; è arrivato un padre con un bambino che gli ha detto: «Questa barca ha quattro motori! Chissà quanto inquina!». C’è stato un cambiamento culturale: abbiamo investito nel “verde” forse anche più del dovuto, anche se fortunatamente abbiamo avuto degli ottimi risultati. In passato abbiamo inquinato molto, cosa di cui mi vergogno, poi a un certo punto ho deciso di usare motori solo con controllo elettronico. Oggi i diportisti sono davvero molto attenti all’aspetto ambientale, anche se logicamente si è pagato un prezzo, perché le barche vanno più lentamente. Se uniamo questo aspetto all’aumento incondizionato del costo del combustibile e alla “caccia alle streghe” verso gli utenti, capiamo che in mare ci andranno solo i pochi appassionati veri. Dobbiamo renderci conto che è in corso una crisi e se molte aziende avessero investito i soldi guadagnati negli anni “felici” in ricerca e sviluppo, anziché sperperarli, la situazione sarebbe diversa. È l’unico investimento logico per l’Occidente, Stati Uniti in testa. Un esempio: questa meraviglia che si chiama iPad è stata progettata a Silicon Walley grazie alla grande capacità intellettuale di persone molto intelligenti ed è rigorosamente prodotto in Cina. Questo significa che non è più possibile produrre nulla in Occidente, per il semplice fatto che il costo orario è 15,3 volte superiore a quello dell’Oriente, quindi solo un cretino può mettersi a fare una barca che è un classico prodotto ad altissimo valore aggiunto in Italia. In una barca il costo della manodopera non è più del 30%… Una barca ben fatta ha un 65% di manodopera e un 35% di materiali, creda a uno che da 50 anni fa questo mestiere.

Non sono d’accordo, ma la prendo sulla parola… Come giudica le imbarcazioni di oggi?
Inutilmente alte e pericolose, per non parlare poi di quelle così stupide da avere la prua all’incontrario. Viviamo in un ambiente in cui si segue la moda più che la ragione.

Forse perché alla fine il diportista naviga poco…
È vero, il diportista non naviga.

Che soluzione proporrebbe per risolvere questi problemi?
Bisogna smettere d’ingombrare i porti con abusi edilizi anche perché i marina saranno largamente sufficienti per chi naviga, vale a dire per quel 20% di cui parlavo prima.

Cosa consiglierebbe, invece, a un’azienda che si trova in difficoltà e vuole continuare a svolgere la sua attività?
Ma perché deve necessariamente pensare di proseguire la sua attività? Se si tratta di un’azienda che ha fatto abusi edilizi può lasciare la nautica e trasferirsi nel campo edile!

Vuole forse dire che l’80% delle aziende dovrebbe chiudere?
Se l’80% chiude sarà un grosso vantaggio per il restante 20%. Ci sono persone che vendono barche sottocosto e poi falliscono. Basta pensare a cosa hanno fatto al Salone di Genova, dove hanno accolto tutte le barche dai nomi superlativi. Prossimamente quello spazio sarà vuoto: questi sono cantieri nati in 10 anni perché hanno pensato che con la nautica avrebbero guadagnato un sacco e hanno lavorato senza passione, né competenza, copiando brutte barche o facendole ancora più brutte, ma riuscendo a venderle. Nei prossimi anni queste aziende si daranno ad altri tipi di speculazione perché nessuno è disposto a perdere soldi.

Le società che continueranno a lavorare dovrebbero ripensare completamente il prodotto barche?
Sì, dovrebbero farle più leggere e meno inquinanti, oltre che inaffondabili… Insisto molto su questo ultimo punto, perché non possono esserci tragedie come quella della Costa Concordia.

Nel diporto, però, i casi di affondamento sono molto rari e non mancano le barche inaffondabili, che consumano meno, grazie a passi avanti come per esempio l’Ips della Volvo.
Non sono d’accordo. L’Ips è il prodotto dell’unico concorrente che io credo di avere al mondo, la Volvo – perché è l’unica ad avere un centro di assistenza e di sviluppo molto avanzato –. Ha fatto un prodotto fantastico, il più grosso successo commerciale che ci sia, in quanto ha capito che c’era una fascia di imbarcazioni attorno ai 14 metri dove lo spazio era molto importante e dove il motore messo al centro della barca disturbava, per cui si sono inventati una trasmissione di cui l’unico vantaggio è aver guadagnato un’enorme quantità di spazio.

Quindi quali sono, a suo parere, i passi da fare nei prossimi anni?
Trasmissioni più intelligenti, ma non solo. Se nella motonautica si fanno barche con un rapporto peso/potenza inferiore ai 2 kg/cv, che sono, quindi, degli oggetti volanti, e se la barca vola i piloti si ammazzano.

Come farà, quindi, quel 20% di utenti che continuerà ad andare in barca?
Intanto dovranno passare dieci anni circa per poter smaltire un parco barche enorme tra cui l’usato, che è impressionante, composto da imbarcazioni che una volta costavano 2 milioni e oggi non si vendono nemmeno a 500 mila euro.

Se dovessi comprare una barca per la prima volta in vita mia come dovrei fare?
Mi auguro che lei comperi una barca e non vada a fondo, per prima cosa; secondo, una barca che non sia planante; terzo, una barca che abbia una carena efficiente.

Se mi oriento sulla piccola dimensione non è meglio cercare una barca planante?
Purtroppo su questo punto devo darle ragione, nel senso che il vantaggio della barca dislocante compare con l’aumento della lunghezza al galleggiamento, perché le dislocanti hanno una velocità proporzionale alla lunghezza del galleggiamento, quindi credo sia demenziale fare imbarcazioni plananti di dimensioni superiori ai 25 metri. Ho visto dei catamarani di 10/12 metri francesi con due motorini da 100 cavalli che andavano in giro a una velocità di 18 nodi. Questo è il tipo di barca che si venderà.

Con questo svuotamento dei porti che immagina, per altro, ci sarà posto per i catamarani…
Esatto, non c’è altra soluzione. Conosco vantaggi e svantaggi di catamarani e trimarani e sono convinto che la direzione sia quella. Basta pensare alla Coppa America, che sarà rilanciata da barche decisamente più spettacolari (correvano con degli orpelli di antiquariato davvero ridicoli).

Forse, però, il problema del catamarano è legato al comportamento sul mare mosso…
Io ho corso tutta la vita e sono un fautore di monocarena, ma in America ho smesso di correre perché i catamarani mi passavano sulle orecchie. È diverso, bisogna saperlo conoscere e saperlo usare nel modo giusto.

Ogni tanto guardo una stampa di un progetto che ho in ufficio di un Baglietto del 1908 e mi accorgo che nel 2012 è ancora tutto identico: motori, albero, eliche e timone.
La nautica scopiazza malamente quello che fa l’automobilismo con 25/30 anni di ritardo. Le Bugatti e le Isotta con i cofani lunghi con dentro 18 cilindri in linea non si fanno più, ma è arrivato qualcuno che si è inventato la Mini Morris e ha rivoluzionato tutto, dopo aver studiato all’università, però. Mi dica se c’è un solo libro da cui si possa imparare a fare una barca o una sola università in cui si spieghi cos’è la stabilità direzionale… Qualcuno ha capito perché i gommoni con i tubolari molto in alto non vanno? Secondo i princìpi della termodinamica il canotto recupera energia e consuma meno. Il secondo principio della termodinamica dice che l’energia si trasforma sempre da calore ad alta temperatura. In base a questo si deduce che l’energia non si butta via, quindi quando si salta sull’onda e la barca affonda un metro nell’acqua si butta via tanta di quella potenza che non se lo immagina. Se il canotto invece trasforma l’energia potenziale in energia cinetica e energia elastica e la restituisce si recupera il 50% di energia. Bisognerebbe che le aziende che fanno canotti capissero meglio questi principi. Pensiamo alla stabilità direzionale e alla galleggiabilità: a mio avviso deve avere un recupero di energia e, quindi, una parte pneumatica mentre c’è chi ha fatto dei canotti in alluminio o il tubolare di gomma e poi l’ha schiumato.

Avete fatto un record da Venezia a Montecarlo con la stessa imbarcazione di quasi 20 anni fa consumando meno della metà grazie a nuovi motori.
È un passo in avanti enorme e incredibile, tanto che quella barca (FB48 Stab) a mio avviso doveva essere messa, a spese del Salone di Genova, al centro del Salone e lei sa benissimo che mi sono dimesso da Ucina perché mi è stato detto che non c’era posto in darsena, anche se era mezza vuota. Mi hanno scritto una lettera in cui sostengono che queste sono le regole ma al tempo stesso se li avessi avvertiti prima sarebbe stato diverso. Quindi le regole possono cambiare? Non lo so, si sono accusati da soli.

Ma perché una cosa del genere non viene compresa?
Perché il “mio” direttore di Barche non me lo pubblica in prima pagina è una buona risposta? Perché non tutti hanno il coraggio di andare contro le istituzioni, perché l’Italia va male e ci sono persone “intoccabili”. In un Paese dove la prima università è al 175° posto mondiale abbiamo un governo di professori e di banchieri, ma io credo che dovrebbe essere composto esclusivamente da ingegneri che sappiano cosa sono i princìpi della termodinamica e capiscono che se uno vuole ottenere ricchezza deve creare il lavoro.

Se volessi costruire un cantiere da dove dovrei partire?
Dipende, il rischio è che lei voglia soltanto guadagnare: oggi la gente non viene da me a cercare un lavoro, ma uno stipendio. E questo è quello che è stato insegnato a scuola, dove il culto ormai è rappresentato da chi è andato al Grande Fratello ed è diventato ricco o da chi si è arricchito con i videopoker. Questi sono i geni del nostro secolo, e non “il povero ingegner Buzzi” che da cinquant’anni costruisce barche e ha fatto 80 brevetti!

Sono d’accordo con lei: nel mio editoriale di febbraio ho scritto che è ora di paressia, cioè di dire la verità.
Lei si cerchi il 20% di lettori e faccia la rivista per loro perché gli altri non avranno nemmeno più i soldi per comprare la rivista. Non c’è possibilità di uscire in piedi da questa crisi, l’unica possibilità si chiama lavoro.

Qual è la lezione che vuole dare questo libro?
La troverà al capitolo 40, in cui dico che noi occidentali non siamo più in grado di fare un prodotto competitivo a livello mondiale per cui, se vogliamo ancora progettare, dobbiamo studiare, fare ricerca e sviluppo. Altrimenti faremo la fame.

Il Record del 2011
Negli ultimi anni alcuni prestigiosi campioni hanno provato numerose volte a battere il record detenuto da Fabio Buzzi che, nel 1994, percorse il tratto di 1.141 miglia in 23 h e 55’ con una media di 47 nodi. Nessuno, però, ha avuto successo, almeno fino allo scorso settembre, quando l’industriale lecchese Mario Invernizzi ha segnato il nuovo record. A bordo c’erano anche Antonio Binda, capotecnico della FB Design, Roberto Rizzo, esperto informatico, e Peter Dredge, pilota inglese del team di Buzzi che ha curato la preparazione dell’FB 48’ Stab.

Il precedente record era stato stabilito con uno scafo analogo, dotato di due motori diesel che avevano consumato ben 10.800 litri di gasolio. Per la nuova impresa, i motori Fpt Industrial C90-650 hanno consumato 5.355 litri, vale a dire meno della metà, pur andando più veloci. Quelli di Buzzi erano due Isotta Fraschini V12 (1.300 cv e 20 lt di cilindrata a iniezione meccanica), questi sono a 6 cilindri da 9 lt e 650 cv con iniezione common rail. Ma l’alta tecnologia che ha permesso questo risultato è anche nello scafo FB 48’ Stab, ove per Stab si intende un sistema pneumatico laterale, atto sia a stabilizzarlo sia, soprattutto, a recuperare energia.

(Fabio Buzzi, la termodinamica è il segreto del futuro – Barchemagazine.com – Maggio 2012)