Carlos Vidal, que viva Vidal

Ha iniziato, caparbiamente, con ZAR, per il quale continua a progettare i nuovi modelli. Poi ci sono state tante altre barche piccole. Adesso si sta cimentando in progetti di scafi più grandi. L’obiettivo è sempre lo stesso: cercare soluzioni innovative

by Niccolò Volpati – photo by Andrea Muscatello

SOLO LE PERSONE MEDIOCRI TEMONO IL TALENTO. Chi, invece, non è mediocre, non ha timori nel circondarsi di collaboratori di valore, ancorché giovani. È una considerazione a cui, probabilmente, molti di noi sono giunti nel corso della loro vita. Ed è anche quello che mi è venuto in mente ascoltando la storia di Carlos Vidal e di come ha iniziato a fare il designer.

Carlos Vidal

«Mio padre era un dealer ZAR e conosceva Piero Formenti, sapeva quindi che stava lavorando a un nuovo modello di gommone. Allora avevo solo 21 anni e mi ero da poco iscritto all’università. Decisi di disegnare la carena, conoscendo la taglia di quel modello, e poi avanzai coraggiosamente la mia proposta. Molti mi dicevano che era tempo perso e che Formenti non avrebbe mai preso in esame un progetto fatto da un ventenne, per di più senza averglielo nemmeno commissionato. Ma non fu così. Piero guardò il progetto e mi disse che avevo un mese di tempo per consegnare la versione definitiva. Piero Formenti è una delle persone migliori che potessi incontrare. È grazie a lui e a mio padre se non mi occupo più di car design, ma progetto, così come avevo sempre desiderato, barche e gommoni».

Sono passati dieci anni da quel primo lavoro e Carlos Vidal ha continuato a realizzare progetti per ZAR. «Il più difficile è stato forse quello di ZAR Mini perché, soprattutto all’inizio, c’era la preoccupazione di far stare tutto quello che voleva il cantiere in un tender di soli tre metri e mezzo. È stato un progetto che ha richiesto molto impegno, ma penso che poi il risultato sia stato molto soddisfacente».

Carlos Vidal, Canelli innovatio 40 interior sketch

«Uno degli ultimi progetti in ordine di tempo che ho sviluppato è il 43 piedi del cantiere Canelli Yachts. Anche loro, come Formenti, danno molta fiducia ai giovani designer. È un piacere progettare per persone così».

Le barche piccole, si sa, sono le più difficili da realizzare proprio perché in gioco ci sono i millimetri e non i centimetri, né tantomeno i metri. E Carlos si è abbondantemente fatto le ossa su queste taglie, ma, recentemente, sta crescendo di dimensioni. «Sto ancora imparando, ma mi piace molto progettare barche più grandi perché c’è più possibilità di essere creativi. Gli spazi e come li si usa contano sempre, ma non sono così risicati. Il lavoro del designer non è solo quello di fare un bell’oggetto che funzioni bene, ma creare un’esperienza. L’esperienza è come si vive a bordo, perché una barca è essenzialmente questo. Deve essere un posto dove ci si sente a proprio agio».

«Quando mi confronto con i miei amici car designer invidio i loro numeri: possono permettersi di fare stampi ed esperimenti che noi ci sogniamo. Però penso che se ci fossero tante barche in mare quante auto ci sono per le strade, non saremmo contenti, perché nessuno vuole navigare nel traffico».

Deve quindi funzionare bene, navigare, ma essere anche confortevole. E quando le dimensioni e i volumi ti permettono di esprimerti in modo creativo, è un po’ come se il designer fosse una specie di guida turistica, come se facesse da Cicerone per condurre a bordo della barca l’armatore. Non per questo, il lavoro del designer deve essere un “prendere o lasciare”, Carlos Vidal ne è ben consapevole. «L’utente vuole sentire la barca come sua ed è giusto che sia così. Noi designer dobbiamo rispettare questa esigenza e saperci adattare».

Vidal ci conferma che il lavoro del progettista deve necessariamente passare dalla mediazione. È forse la dote principale che deve saper avere un architetto navale. Deve mediare tra la sua idea e quella dell’armatore, ma anche tra il suo progetto e le esigenze degli altri professionisti che lavorano alla realizzazione di una barca.

Zar Mini Lux

«In una ipotetica partita di calcio tra architetti e ingegneri, io mi schiererei sempre con gli architetti», mi dice sorridendo. È la parte creativa quella che lo affascina, ma conosce anche gli aspetti tecnici, sia perché li ha studiati, quella di architettura navale a Southampton infatti è la seconda laurea, la prima fu quella di Ingegneria Tecnica e disegno industriale a Barcellona, sia perché ha sempre navigato, sin da piccolo, e quindi sa bene quale sia la principale funzione di una barca. E conoscere il punto di vista di chi è impegnato sull’altra parte della barricata è fondamentale per trovare un compromesso.

«Non dobbiamo mai scordarci che per prima cosa una barca deve navigare e lo deve fare senza difficoltà. Qual è quell’armatore che vuole complicarsi la vita?». Sante parole, quasi ovvie, ma è sempre bene ripeterle.

Zar 95SL

«Fare qualcosa di nuovo significa assumersi un rischio. Vale per i progettisti, ma anche per i cantieri».

«Spesso osservo le novità introdotte dai miei colleghi. A volte mi convincono, a volte sono portato a chiedermi se non siano destinate ad avere problemi. L’usura, il salino, la manutenzione sono elementi con i quali fare i conti, già quando si è davanti a un computer per progettare. La parte che mi affascina di più del mio lavoro è trovare spazi lì dove, apparentemente, non ci sono. Mi piace disegnare la coperta perché la barca è fatta per godere del rapporto con il mare. Sono nato e ho iniziato a navigare nel Mediterraneo e quindi amo le barche aperte. Quando facevo i primi progetti a Southampton i miei professori mi dicevano: bravo, ma ora chiudi tutto! Ma andare per mare è sinonimo di libertà e spazi aperti. Se si deve essere rinchiusi, tanto vale rimanere a casa».

(Carlos Vidal, que viva Vidal – Barchemagazine.com – Gennaio 2021)