Gentile direttore,
leggo Barche da cinque anni e, nel passare dalla vela alla motonautica, ho imparato i “fondamentali” di quest’ultima grazie ai preziosi articoli di Antonio Soccol che avete pubblicato. Chiaramente leggo anche i suoi editoriali che sono sempre molto puntuali; sul numero di gennaio, ho letto anche la lettera di Aldo Cranchi, molto realistica.
Riguardo alle vostre riflessioni in proposito vorrei aggiungere alcune mie personali considerazioni sui motivi della crisi della nautica.
a) I ricarichi (utili) dell’industria nautica sono stati troppo elevati: il mondo e i mercati negli ultimi tre anni sono cambiati e l’industria del settore non lo ha voluto accettare continuando ad autocelebrarsi.
b) Troppo spesso il prodotto era scadente e improvvisato e questo ha arrecato danno anche all’immagine delle aziende storiche e di qualità (una per tutte Cranchi).
c) I broker addetti alle vendite sono spesso improvvisati e boriosi seppur privi di cultura ed educazione.
d) Nella manutenzione noi armatori siamo vessati da prezzi folli: a volte paghiamo un prodotto per la barca il 300% in più di quanto spendiamo per lo stesso prodotto per la nostra automobile (il tagliando di due motori Volvo da 480 cavalli, cioè la sostituzione di olio filtri e giranti, costa 2.500 euro).
e) Questo, per altro, quando non vieni “gabbato” perché è noto che spesso si fanno pagare, ma il tagliando non lo fanno, dividendo il “bottino” con il titolare del rimessaggio.
f) I rimessaggi invernali hanno prezzi elevati (in Francia sono più bassi di almeno il 50%) a fronte di servizi scadenti.
g) Lo stesso vale per i posti barca estivi.
Se la nautica non farà autocritica su questi punti non recupererà mai la sua immagine, perché gli appassionati sono consapevoli di quanto sopra e sono esasperati.
Non credo che la tassa introdotta dal governo del professor Monti penalizzi la nautica: per una barca come la mia, ad esempio (15 metri scarsi), la tassa sarà d’importo equivalente a un pieno di carburante, pari al 3% dei costi di gestione annui e non sarà dunque tale maggiorazione che mi allontanerà dalla mia passione.
Spesso gli armatori sono considerati evasori perché, diciamocelo, è in parte vero visto che ancora oggi basta andare in un famoso porto del Tirreno per trovare splendide barche d’italiani con bandiera inglese che, dunque, hanno evaso le tasse in Italia, portato il denaro all’estero e acquistato lo yacht con la solita società di comodo, evadendo in questo modo anche l’iva di acquisto… Dunque di cosa ci meravigliamo se nell’immaginario collettivo siamo considerati (per colpa di questi signori) dei mascalzoni? Quest’estate passeggiavo tra le banchine con mia figlia di 9 anni che mi ha candidamente chiesto: «Papo, perché qui tutte le barche si chiamano London?».
Concludo: il problema non è la tassa di stazionamento ma che gli evasori (con o senza bandiera estera) hanno paura di essere individuati. Chi, invece, è contento di pagare le tasse (il concetto del professor Padoa Schioppa non fu mai né compreso né apprezzato) e ama andare per mare vorrebbe la soluzione dei problemi da me esposti.
Luigi
Crisi, evasori e nuove tasse






