Fabrizio Politi e Fashion Yachts. Diritto di replica

Egregio direttore,
scrivo la presente in nome e per conto del signor Fabrizio Politi.
Il cliente mi ha informato che sul numero di novembre della vostra rivista, all’interno della rubrica “La posta dei lettori” (p. 26) è pubblicata una lettera (firmata) dal titolo “Fabrizio Politi e Fashion Yacht”.
Il testo della suddetta corrispondenza contiene una serie d’inesattezze, falsità, errori e offese che hanno comportato l’immediato ricorso da parte del mio assistito all’autorità giudiziaria competente.
Nondimeno, per completezza e dovizia di particolari, il signor Politi mi incarica di precisare che:
1. egli vive a Milano, propria città natale, e non in Svizzera;
2. egli collabora con una società che ha acquisito il cantiere con l’obiettivo di riprendere la produzione oggi sospesa;
3. sino a pochi mesi prima della cessione del cantiere il signor Politi ha personalmente fatto fronte, con ingenti personali versamenti (tra i vari mi limito a indicare l’aumento del capitale sociale sino a un milione di euro), alle problematiche di carattere economico che hanno investito tutto il settore a livello mondiale dedicandovi tutti i propri sforzi (fisici e finanziari).
Quanto sopra precisato, brevemente e al fine di andare oltre mere sterili polemiche, è la pura verità (oltretutto documentabile) e sconfessa senza dubbio alcuno il contenuto della lettera pubblicata.
La invito a dare idoneo e proporzionale spazio alla replica contenuta nella presente riservando ogni azione diretta alla tutela del mio assistito nella sede opportuna.
Distinti saluti,
avvocato Andrea Dinelli

Egregio avvocato, come da lei richiesto e in ottemperanza al diritto di rettifica abbiamo provveduto a pubblicare la sua lettera. Quella da noi ricevuta e resa nota ai nostri lettori è una lettera firmata che esprime tutto il malessere di chi sente leso qualche suo diritto. Magari il semplice diritto a essere pagato per una prestazione svolta. La politica della rivista che ho l’onore di dirigere è sempre stata quella di dare spazio a tutti senza censure. Una politica volta a contrastare tutto ciò che a nostro giudizio (a volte correndo anche il rischio di sbagliare) è un comportamento scorretto. L’Italia è un Paese che dimentica sempre tutto molto presto. Basta fare un concordato e non pagare più nessuno (o in minima parte), comprare un po’ di pubblicità qua e là per riconquistare una verginità d’imprenditore. Le chiedo: è vero o no che il suo cliente ha lasciato numerosi debiti con soggetti vari? è proprio sicuro che il suo cliente ha fatto il possibile per far fronte ai suoi obblighi?  Sono solo dispiaciuto di aver contribuito a creare un’immagine immeritata della Fashion Yachts e dei suoi derivati. Il suo cliente ha usato l’arma della comunicazione spettacolare per dare l’idea di essere un grande imprenditore della nautica, io e i miei colleghi glielo abbiamo permesso nell’indifferenza generale. Lei ha minacciato di adire alla autorità giudiziaria per difendere il suo onore e il ripristino della verità. Io la invito a farlo davvero, perché credo fermamente nella Giustizia e nel suo ruolo, in questo modo la verità potrà essere ripristinata.
Io vivo la sua richiesta di pubblicazione e di ricorso alla autorità giudiziaria competente come una minaccia e un invito a non fare il mio lavoro di giornalista. Purtroppo non posso accontentarla, si ricorda quel bell’editoriale firmato da Roberto Franzoni sulla rivista Yachts Italia intitolato “Il sindaco di Collodi”? Parlava di due imprenditori, Mario La Via e Fabrizio Politi, e Franzoni si domandava chi tra i due raccontasse le favole più inverosimili. In quel tempo io scrissi un editoriale simile citando solo Mario La Via, che aveva dichiarato che avrebbe costruito otto barche da oltre 100 metri e che la prima sarebbe stata varata entro aprile 2010. Siamo nel 2012 e della prima barca da 200 milioni di euro si sa che, se tutto va bene, sarà finita nel 2014 (se tutto va bene). Il signor La Via, sentitosi offeso dalla mie parole, mi ha citato penalmente e immagino che lei farà altrettanto. Quello che è certo è che la nave di La Via è ancora lontana dal mare e che tutti i suoi creditori sono lontani dal vedere quanto loro dovuto, intanto noi poveri giornalisti dobbiamo correre da un tribunale all’altro per difenderci dalle denunce fatte per intimorirci e impedirci di raccontare la verità.
Franco Michienzi