
Ho letto con molto interesse gli estratti del convegno di Napoli e gli interventi successivi di molti illustri colleghi, perché siamo abituati a vedere sulle riviste, in mare, ai Saloni il risultato finale del nostro lavoro, ma è raro che si parli e ci si confronti sui perché a monte delle scelte all’interno del nostro mestiere.
L’impressione globale è comunque che molti hanno detto tutto e il contrario di tutto e proprio tutto e il contrario di tutto è emerso da questo dibattito, perché “forma e funzione” è uno di quei concetti che tutti vorrebbero seguire e nello stesso tempo tutti si vergognano un po’ di farlo. È un concetto “vecchio” e il designer e progettista vorrebbe affermare sempre che sta facendo qualcosa di “nuovo”.
Azzero tutto, dunque, e a mente sgombra provo a esporre i miei pensieri a riguardo: reminescenze, pietre miliari, ben fisse nella mia testa dall’Università.
Il libro dell’ingegnere Giuseppe Gabrielli Scienza del progetto degli aeromobili inizia definendo il carico pagante, la velocità tipica, l’efficienza di un veicolo come mezzo per portare un certo carico da A a B, in che tempo e a che costo; in sintesi il lavoro della forza trattiva per trasportare l’unità di peso all’unità di distanza. Continua analizzando il rapporto fra peso del veicolo a secco e a carico. Confronta il cavallo, il dirigibile, l’aereo, il sommergibile, la nave da carico, “le aeronavi”, la motocicletta, la barca dislocante, la barca planante, l’aliscafo, il veicolo su ruote, il missile. Pochi significativi numeri e grafici che danno un senso a un veicolo per dirci quanto è utile per la sua funzione, trasportare persone o carico da un punto a un altro, in quanto tempo e con quale costo unitario. Si parla di forza trattiva specifica, cioè la potenza specifica divisa per la velocità massima. Si vede che alle basse velocità vincono i veicoli marini, a quelle medie i veicoli terrestri, a quelle elevate i veicoli aerei.
«Qualsiasi cretino sa disegnare un aeroplano», diceva il professore Gianfranco Rotondi: a una cattiva configurazione basta aggiungere cavalli e alla fine vola. Anche una scatola da scarpe con adeguato numero di cavalli diventa un aeroplano, se gli mettiamo una potenza adeguata.
Ciò vale anche per le barche (e mi metto fra i cretini che le disegnano e che infilano cavalli), dico io. Abbiamo anche il vantaggio di restare sempre a livello z=0 e non c’è neanche da inventarsi come non cascare giù.
Devo progettare una barca? A cosa serve, qual è la sua funzione?
Se so rispondere bene, in modo preciso, completo e univoco a questa domanda, allora il mio mestiere diventa facile, devo solo studiare e applicare della scienza esatta. La forma viene da sola, è l’involucro che svolge al meglio la funzione del veicolo – auto, barca, aereo – ottimizzando peso, prestazioni, efficienza, carico pagante, costi di costruzione e di esercizio.
Quando trovo la soluzione ottimale a una domanda ben posta, essa viene naturalmente bella e fluida, è l’espressione matematica di una curva-soluzione di grado n. Curva continua, sinuosa, derivabile, fair, in generale bella e funzionale, quale quella che assume naturalmente una bacchetta di legno, senza nodi, di sezione costante.
Se non so rispondere bene e in modo univoco a questa prima domanda allora vale tutto e il contrario di tutto, vedi sopra.
Se la mia barca serve a portare un gruppo di 4-8-12 amici a vela fra le isole del Mediterraneo, non serve anche a fare regate, non serve a fare mostra di sé, se non vuole essere adatta a un uso invernale, se non deve essere usata prevalentemente in porto, se non deve andare a propulsione elettrica nei parchi marini, se ormeggia sempre a un corpo morto, se non deve portare una canoa gonfiabile, se non deve avere una finestra immersa per guardare sotto, se non deve avere la prua rinforzata per andare fra i ghiacci, allora la funzione è chiara, ben definita. La forma, il risultato, l’insieme il prodotto di design sarà coerente, leggibile e bello.
Viceversa aggiungeremo elementi per funzioni diverse, per mercati diversi, per rispondere a più possibili usi e funzioni fra loro in contrasto: la qualità del comportamento in mare passa in secondo piano, l’aerodinamica e l’idrodinamica sono sconfitte dai volumi necessari e dai fronzoli di tendenza, la sicurezza e il comfort in navigazione non sono prioritari, la ricerca di ottimizzare indici di prestazione specifici è considerata ininfluente.
Fra questi due estremi dobbiamo combattere e ottenere una resa onorevole, se non vogliamo restare nel mondo delle utopie tecniche e sognare l’utente “super”, che raramente esiste.
Qualche cedimento al mercato e ai desideri… insani è dunque lecito e necessario, purché restiamo sempre dentro o vicini ai numeri e ai grafici sopra citati.
* Titolare dello studio omonimo, ingegnere aeronautico, lavora nel settore nautico dal 1981. Durante la sua carriera si è occupato, e tutt’ora si occupa, di scafi a vela, a motore e di software per la progettazione.
Aldo Gatti






