Francesco Paszkowski è un designer di successo che ha creato alcuni degli yacht più belli nel campo della nautica internazionale. Il suo approccio è progettare barche dalle linee dinamiche, che diano una sensazione di movimento anche all’ancora
by Francesco Michienzi
LA FUSIONE DI DUE CULTURE IN UNO STILE CHE DIVENTA SINTESI ESTETICA DI ENTRAMBE È LA SFIDA AFFRONTATA DA FRANCESCO PASZKOWSKI, MILANESE DI NASCITA E FIORENTINO DI ADOZIONE. Cresciuto professionalmente con il padre Giovanni e con l’architetto Pierluigi Spadolini, Paszkowski apre nel 1990 il proprio studio a Firenze. L’interferenza tra design e arte è una storia antica, che spesso si traduce in risultati spettacolari come su molti yacht firmati da Paszkowski. Una tensione progettuale manifestata in un luogo privilegiato che diventa essa stessa sintesi di un dialogo tra architettura e design nella costruzione di un’opera d’arte totale.
Ha progettato e disegnato yacht plananti e dislocanti da 24 a 70 metri in vetroresina e alluminio, destinati a cantieri ed armatori di tutto il mondo, che lo hanno scelto per realizzare la barca. Lo studio ha firmato progetti per Baglietto, Heesen Yachts, Sanlorenzo, CRN, Turquoise Yachts, Canados, ISA Yachts e Tankoa Yachts. Ha vinto il Premio Compasso d’Oro ADI 2016 per il Baglietto 44 Fast Monokini assieme ad Alberto Mancini che ha disegnato gli interni.
Quella di Francesco Paszkowski è una lunga storia fatta di barche di tutti i tipi e di tutte le misure, quante ne ha progettate fino ad oggi?
Non le ho mai contate, credo una settantina.
Quando ha iniziato?
Lavoro in questo settore da oltre 30 anni. Baglietto è il cantiere con cui ho fatto più barche, tutti modelli nuovi che mi hanno dato la possibilità di scatenare la fantasia. Con Massimo Perotti abbiamo creato la gamma in metallo di Sanlorenzo, il 4H della serie Alloy di 40 metri, il 46 metri e molte altre.
La sua prima barca qual è stata?
Baglietto Opus di 28 metri nel 1994, maxi open con idrogetti Kameva e motori Mtu, molto veloce, per un armatore austriaco. Quella fu la prima esperienza come designer, io venivo da un’avventura dall’altra parte del mondo e ho conosciuto fortuitamente Michael Breman che era il direttore commerciale di Baglietto. Ha visto il mio book e ha creduto in me.
Cosa c’era in questo book di particolare?
Degli schizzi di barche, io passavo le giornate a disegnare, avevo lavorato per Tommaso Spadolini, mi ero messo in proprio nel 1990. Ho iniziato a fare dei miei disegni per un armatore greco che mi aveva convinto ad andare a Singapore a fare delle barche per lui.
Che progetto era?
Era un 42 metri dislocante, poi realizzato anche in versione planante, e un 28 metri planante, trasformato invece in dislocante. Feci vedere questo lavoro a Michael Breman che disse: “mi piace, perché non stai con noi?” e da lì ho iniziato a far disegni su disegni, poi si presentò l’occasione di un armatore austriaco il quale mi fece capire che lui voleva un altro designer. Voleva Alberto Mercati che all’epoca era considerato il top dei designer e che aveva progettato Adler per Baglietto. Era già un mito e io non potevo competere con lui. Ma Michael ebbe la forza di inserirmi in questa sfida, l’armatore mi disse che se fossi riuscito a stupirlo con dei bozzetti mi avrebbe fatto disegnare la barca, altrimenti sarebbe tornato da Mercati.
Alberto Mercati l’aveva influenzata un po’?
Sì, perché quando ho iniziato a respirare lo stile di Baglietto, Mercati era il numero uno. C’erano anche Giorgio Magrini, Franco Giorgetti e Aldo Cichero che aveva fatto Muffi Blu, una serie di barche che avevano dato una bella svolta alla Baglietto. Guardando i vari designer, quello che mi aveva colpito di più era Mercati, perché lo trovavo molto dinamico, era modernissimo. Tutt’oggi Adler è ancora una delle più moderne barche mai disegnate, è stata una sorta di Wally dell’epoca, una barca di rottura. Io mi ispiravo molto a lui e alle sue linee perché le trovavo molto grintose e molto simili al mondo dell’auto.
È nato così questo tratto disteso che ha conservato ancora oggi?
Sì, io fotografavo con gli occhi nell’archivio della Baglietto, memorizzavo tutto quello che potevo, riprendevo tutti gli stilemi che ritenevo importanti come elementi di riconoscimento del brand e della barca e li ho fatti miei. Li ho mescolati e ho iniziato a tirare fuori delle cose personali. Poi è arrivato Gianpiero Moretti, proprietario della Momo Design, che comprò la Baglietto e mi disse: «Paszkowski devi stare con me perché hai la mano, facciamo delle cose insieme». Realizzai un 38 metri, il modellino lo conservo come una reliquia, perché è stata la barca che mi ha permesso, anni dopo, quando Guido Orsi prese la Baglietto, di presentarlo ai nuovi proprietari. Mi dissero “bello, bellissimo, vediamo se si vende”. Venne un vecchio cliente Baglietto, insieme a tutta la sua famiglia, storici Bagliettisti, e scommisero su di me per fare una barca di 34 metri che è stata quella che mi ha fatto partire in Baglietto. Da quelle linee è iniziata la mia storia in maniera importante, avevano realizzato dieci barche da 34 metri, poi sono arrivate le barche più grosse di 44 metri. Io sono stato un decennio a Varazze, poi, quando Orsi comprò Spezia, mi spostai e lì iniziò la serie dei dislocanti. Un amico di Orsi, Carlo Salvi, dette inizio alla gamma dei dislocanti di 41 metri, poi realizzammo il 43 e il 53 della serie Blu Scorpion che tutt’oggi è una barca con una sua forte personanità.
All’epoca oltre ad Alberto Mercati c’erano anche Pierluigi Spadolini e Paolo Caliari?
No, Pierluigi Spadolini e Paolo Caliari erano precedenti, io sono arrivato alla fine del loro periodo.
Se uno pensa alla storia della nautica moderna si tratta di tre progettisti di livello assoluto…
Certamente, ma per me Pierluigi Spadolini è sopra tutti, poi c’è Caliari e poi ci sono Franco Harrauer e Aldo Cichero, ma vengono un po’ dopo. Il primo di tutti è Spadolini che è quello all’origine della nautica moderna, ha creato uno stile che poi tutti hanno copiato, le barche all’improvviso sono diventate tutte filanti con questa fascia nera per le vetrate…
Ma di questi padri fondatori dell’architettura nautica moderna chi è quello che l’ha influenzata di più?
Io ho iniziato la mia attività allo Studio Spadolini quindi non potevo che rimanere folgorato da Pierluigi. Oltre alla matita e al suo modo di disegnare aveva una capacità intellettiva enorme, si vede che era una dote di famiglia perché anche suo fratello Giovanni era un uomo straordinario, quando parlava rimanevo catalizzato, riusciva a parlare costantemente senza sbagliare un verbo, un avverbio, tutto era perfetto. Pierluigi aveva la capacità di sintetizzare delle idee in un segno in maniera rapidissima. È stato un maestro vero e proprio nella nautica, io ho avuto mio padre che mi ha insegnato a disegnare, ma lui mi ha insegnato a progettare le barche. Nello studio Spadolini, Tommaso aveva un piccolo dipartimento nautico e io lavoravo lì come renderista. Un tempo si dovevano fare a mano i bozzetti e io li coloravo.
Questa capacità di disegnare a mano è una dote che si è un po’ persa?
No, si è totalmente persa, è cambiato il tempo, oggi i ragazzi ragionano con il Rhino, un programma Cad 2D e 3D per il disegno tecnico, la progettazione e il design industriale tra i più affermati e apprezzati al mondo. I giovani disegnano solo al computer, l’oggetto pensato viene raffigurato solo tramite una macchina, prima non c’erano questi strumenti e disegnare a mano era una necessità imprescindibile.
Accade ancora che, parlando con l’armatore, la barca venga disegnata sul tovagliolo di carta chiacchierando a pranzo?
No, sui fazzoletti e tovaglioli di carta non mi è mai capitato, io disegno su carta volentieri. Mi è capitato di fare dei bozzetti davanti agli armatori e di averli colpiti con effetti speciali, ma non è quello l’aspetto che conta, disegnare è un’esigenza, alcune volte è il pensiero che si trasforma in qualcosa e quindi la matita è lo strumento per rappresentare il tuo pensiero che lo metti sulla carta. Se hai questa dote, sei fortunato perché oggi puoi controllare molto di più rispetto al programma del computer. Se tu hai già in testa una cosa Rhino te la realizza, però devi averla dentro di te e devi avere una sintesi di emozioni, di cose che uno registra. Il designer le vede e le mette dentro, è questo ciò che ti contraddistingue.
Quando viene presentata un’auto nuova sul mercato di primo acchito questa ti dà una sensazione di qualcosa di distonico, il modello di prima piaceva di più… nella nautica succede questo?
Poco perché gli investimenti nella nautica non possono essere paragonati a quelli dell’automotive dove si deve precedere i gusti del pubblico e si sa che il ciclo di un’auto può essere di cinque o dieci anni e quindi si fa una proiezione di quelle che saranno le esigenze degli acquirenti di domani, creando realmente un prodotto che ha in sé una quantità di contenuti innovativi enormi. Noi invece non avendo a disposizione questi investimenti dobbiamo misurare di più i cambiamenti.
È soltanto un fatto di investimenti o anche di idee? Nel suo ruolo di progettista e di designer dovrebbe avere la possibilità di esprimere anche un concetto che non è stato ancora interiorizzato dal mercato.
Io l’ho fatto. Con Sanlorenzo ho avuto questa fortuna, io avevo proposto un disegno di una barca che doveva avere queste terrazze nella zona armatoriale per avere un contatto diretto con il mare. Le barche erano tutte scatole chiuse, per fare un tuffo si doveva uscire. Immaginare di avere delle porte del salone che si aprissero per avere dei balconi che avessero un contatto con il mare era fino a quel momento impensabile. Io l’ho sentita come esigenza e l’ho messa su un disegno che portai in Baglietto senza successo, mi dissero che era irrealizzabile. Proposi questo progetto a Massimo Perotti che rimase entusiasta, ci ha creduto e investito. Appena abbiamo fatto questa barca nel mondo nautico si sono aperti all’improvviso balconi, terrazze e saloni. Se oggi questi principi sono stati adottati da tutti è anche merito di Massimo Perotti che ha creduto in me e in questo progetto.
Cosa pensa del vintage, di questa rincorsa del passato per riproporre oggetti di successo?
L’elemento nostalgia è una cosa importante in questo mondo. Se vediamo cosa è accaduto nell’automotive con la Mini Minor e la Cinquecento possiamo immaginare che sia una strada facile da percorrere. Però sono pochi i casi di successo e bisogna stare attenti a non banalizzare le cose. Alcuni cantieri hanno paura di investire nel nuovo e preferiscono rimanere sul tradizionale. Io credo nei restyling che però vanno fatti con dei cantieri che hanno un pedigree, che hanno una forza per poter imporre un prodotto del genere. Ci sono delle reinterpretazioni di barche che sono state cavalli di battaglia di alcuni cantieri che si potrebbero rifare. Beniamino Gavio mi ha chiesto un paio di volte di interpretare qualche Baglietto del passato e di rilanciarlo. Abbiamo riproposto un piccolino di 13 metri, che ha comprato Lapo Elkann e lo ha fatto conoscere, che è una reinterpretazione del vecchio Mas.
Lei cosa pensa della nautica moderna? C’è spazio per fare vera innovazione oppure no?
Sì, c’è sempre spazio per fare innovazione, Luca Bassani con Wally l’ha dimostrato, però ha messo in evidenza che servono grossi investimenti per ottenere dei risultati positivi.
Lei, come progettista, non sente il bisogno di portarli avanti?
Lo sento fortemente, ma dovrei trovare o un armatore o un cantiere desiderosi di rischiare insieme a me. Vediamo se uno dei cantieri con cui collaboro vuole un progetto innovativo, ma non si può fare sempre innovazione, soprattutto nei momenti di crisi come questo.
Non dovrebbe essere il contrario?
Dipende da quanti capitali ci sono in gioco, oggi la nautica è molto legata all’andamento della finanza, perché gli armatori sono influenzati dalle oscillazioni dei mercati.
Lei lavora solo nell’ambito delle grosse barche?
Lavoro nella fascia da 30 a 70 metri per armatori inseriti nel mondo finanziario globale: se le borse crollano, oppure risalgono all’improvviso, possono apparirne di nuovi e sparirne altri. Dal 2008 ad oggi è stato proprio un andamento sinusoidale che non ci riporterà più ai tempi precedenti, però questo andamento permette di dire e di capire come muoversi nel fare il prodotto. Ci sono momenti in cui il picco è alto e si pensa in maniera ottimistica lanciando prodotti pazzeschi, poi c’è il picco basso e bisogna tornare a fare cose più tradizionali.
Non ha mai avuto voglia di fare barche piccole?
Non mi è capitata l’occasione. Mi piacerebbe, anche se è una cultura che bisogna imparare, come un medico: ci sono chirurghi che operano la mano e quelli che operano il cuore, sempre di medicina si tratta.
(Francesco Paszkowski. Tra arte e design – Barchemagazine.com – Dicembre 2016)






