Da laboratorio artigianale, fondato da Piero Boffi nel 1934, a marchio di eccellenza nel panorama internazionale del design. Barche ha incontrato Roberto Gavazzi, al timone dall’89
by Chiara Risolo
Con licenza poetica si dirà: “L’eccellenza fa 90”. Tante sono le candeline che Boffi ha spento in occasione dell’ultima edizione della Milano Design Week. Il marchio tricolore, di comprovata fama, è rinomato per l’eccellenza dei suoi arredi di fascia alta – altissima a onor del vero – per la casa, l’outdoor e lussuose imbarcazioni. Barche ha avuto il piacere di scambiare due chiacchiere con Roberto Gavazzi, presidente e Ceo di questo fiore all’occhiello dell’industria italiana, lungimirante imprenditore che proprio lo scorso giugno ha ricevuto il premio Compasso d’Oro alla Carriera, riconoscimento tra i più antichi e prestigiosi dedicato a chi si è distinto nel settore del design.
Alla guida di Boffi, oggi Boffi DePadova, dal 1989, con la sua visione che, tra le altre cose, lo ha portato ad acquisire nel tempo marchi di prestigio, De Padova nel 2015, MA/U Studio nel 2017 e ADL nel 2019, Gavazzi ha accompagnato passo dopo passo l’azienda sul tetto del mondo. Una Laurea in Economia alla Bocconi di Milano, seguita da un MBA alla Columbia University di New York, piedi per terra e concretezza da vendere, racconta qui, con una narrazione schietta ed efficace, che non ha bisogno di fronzoli e subordinate, la vera anima del gruppo, sintetizzabile in quell’espressione diventata ormai paradigmatica, way of living. Perché chi sceglie Boffi DePadova, al netto dell’indiscussa qualità degli arredi, sceglie prima di tutto uno stile di vita.
Roberto Gavazzi, photo by Stefano Galuzzi.
Boffi, oltre le cucine c’è di più
Gavazzi, la domanda provocatoria è d’uopo. Quando si parla di un’azienda con un discreto numero di anni alle spalle, si è soliti affermare “ha fatto la storia” di questo o quest’altro, a seconda del settore in cui opera. Sarà poi sempre vero? È una forma di autocelebrazione talvolta necessaria. Ma in alcuni casi corrisponde a realtà.
Boffi rientra in questi casi? Senza falsa modestia direi proprio di sì. Non soltanto perché esiste, e resiste, da quasi un secolo, ma soprattutto perché ha saputo intercettare e realizzare quello stile di cui oggi tutti si fregiano di essere ambasciatori, il contemporaneo.
Chiarissimo. Ma come si arriva a creare dal nulla uno stile prima di altri? Con l’intuito e certamente con una buona dose di coraggio imprenditoriale. Bisogna saper guardare oltre. Sempre.
Può fare un esempio concreto che possa tradurre questo concetto? La cucina Grand Chef disegnata per Boffi dall’architetto e designer Pepe Tanzi negli Anni ’80. Estremamente funzionale, caratterizzata da un piano in acciaio di 11 centimetri di spessore con vasche e fuochi integrati e saldati, in numero variabile, è stata una vera rivoluzione. Ha cambiato completamente il modo di concepire l’acciaio e il suo impiego.
Una rivoluzione mutuata al volo da molte aziende… Abbiamo inaugurato una nuova stagione (sorride).
Dopo la scomparsa prematura di Dino, nel 1986 Paolo rileva tutte le quote dell’azienda e assolda un giovanissimo Piero Lissoni nel ruolo di art director. L’89 segna invece l’ingresso di Roberto Gavazzi. I tre insieme, ciascuno con la propria competenza, riescono a trasformare completamente il concetto di cucina: da luogo preposto alla sola preparazione di cibo, diventa il cuore pulsante della convivialità domestica. A tal proposito basta ricordare i modelli Esprit del ’90 e Latina e Food Center del ’92.
Altre innovazioni? Certo. Oserei direi strategiche e non soltanto di prodotto. Con l’acquisizione di altri brand a partire dal 2015 “siamo usciti” dalla cucina. Siamo entrati anche nei bagni, nelle camere da letto. Oggi Boffi è in grado di offrire un sistema casa completo.
Piero Lissoni, photo by Veronica Gaido.
DAL SODALIZIO TRA BOFFI, GAVAZZI E LISSONI EMERGE IL CONCETTO INEDITO DI “ARCHITETTURE PER LA PREPARAZIONE DEL CIBO E PER LA CONVIVIALITÀ”. NON DUNQUE SEMPLICI MOBILI, MA UNA COLLEZIONE DI PRODOTTI CHE SI POSSONO “MESCOLARE” E OFFRONO AL CLIENTE ELEVATE POSSIBILITÀ DI PERSONALIZZAZIONE.
A chi? Chi sono i vostri clienti? Persone molto esigenti, estremamente sofisticate. Chiedono pezzi unici, soluzioni tagliate su misura, come fossero abiti sartoriali.
E le loro aspettative non sono mai disattese… L’azienda è molto custom oriented.
In occasione della Milano Design Week avete festeggiato i primi novant’anni di attività. Quasi un secolo sulla cresta dell’onda. Detto ciò, è forse un azzardo ritenere che il vero colpo di reni, quello che ha posto le basi per l’ingresso di Boffi nell’Olimpo del design internazionale, sia riconducibile agli Anni ’80, quando Paolo Boffi ebbe l’intuizione di chiamare a raccolta Piero Lissoni e poco dopo anche lei? Fu un’eccellente intuizione. Lissoni allora era una archistar in divenire, con un futuro pressoché già intuibile. Quanto a me, credo che Paolo abbia visto il socio giusto al momento giusto.
La storia inizia nel 1934 quando Piero Boffi apre un laboratorio di sofisticata ebanisteria. Ad amplificare la potenza del marchio ci pensano i suoi figli, Paolo, Pier Ugo e Dino. Quest’ultimo in particolare convince la famiglia ad avviare una serie di collaborazioni con alcuni architetti, non ancora famosissimi, ma molto capaci, per la progettazione di cucine. Così, negli Anni ’60, Boffi si lega a firme del calibro di Luigi Massoni, Sergio Asti, Joe Colombo, Antonio Citterio, Paolo Nava, Pepe Tanzi.
A proposito, lei fino ad allora si era occupato di tutt’altro. Come mai è approdato proprio nel mondo del design? Dopo diversi anni di attività manageriale, prima in Saint-Gobain e poi Olivetti, ho avvertito il desiderio di mettermi alla prova come imprenditore. I settori che a quel tempo offrivano maggiori opportunità di creare qualcosa di veramente entusiasmante erano quelli della moda e del design. Conobbi Paolo e scelsi il design. C’era un margine ampissimo per fare grandi cose insieme.
“Cose” che sommate si sono guadagnate il prestigioso titolo di way of living? Può spiegare in che senso? Per Boffi un oggetto non può essere semplicemente bello, fine a sé stesso. Oltre alla forma, alla qualità dei materiali, deve svolgere una funzione, ma soprattutto deve dialogare con tutto il resto. Ecco perché si parla di way of living, prima ancora di una cucina, un armadio, un bagno. Chi si rivolge a noi sceglie un modo di abitare.
Negli anni 2000 decollano nuove sinergie con blasonate aziende fornitrici. Con la tedesca Norbert Wangen, per esempio, artefice dei blocchi cucina K2 e K14. Boffi è ufficialmente il non plus ultra in fatto di cucine. Ma Gavazzi va oltre e si concentra su un nuovo ambiente, il bagno, definito peraltro da Piero Lissoni “luogo di gratificazione della persona”. L’azienda diventa un crocevia di collaborazioni prestigiose e sempre più di respiro internazionale: da Marcel Wanders a Naoto Fukasawa, da Nendo a Palomba Serafini Associati. A cavallo col decennio successivo, Boffi collabora anche con il produttore di rubinetteria Fantini lanciando la linea Aboutwater Boffi Fantini.
Ha pronunciato due paroline magiche, “bello” e “stile”. Partiamo dalla prima. Quando si può definire bello un oggetto d’arredo? Quando è in equilibrio con tutto ciò che lo circonda. A fare la differenza sono la durata nel tempo di questo o quell’arredo e la coerenza di progetto.
Se parliamo di stile invece? Che cos’è e qual è quello di Boffi? È ciò che connota un marchio, che lo rende riconoscibile al pubblico. Nel caso specifico di Boffi, direi certamente eleganza senza tempo in cui la personalizzazione, la sofisticazione e la coerenza di progetto, di cui accennavo prima, giocano ruoli importanti. Sono le basi imprescindibili da cui partire.
Il 2015 è un anno importantissimo: Gavazzi nell’ottica di una crescita esponenziale, acquisisce un altro pezzo da 90 del design italiano, il marchio De Padova, fondato da Maddalena De Padova. Ma non finisce qui. Nel 2017, l’imprenditore rileva la Ma/U Studio, azienda danese specializzata in tavoli, scaffalature, librerie leggere e nel 2019 ADL di Massimo Luca, fiore all’occhiello di sistemi apertura/chiusura quali porte, schermi, pareti flessibili. Il dado è tratto, il “sistema casa”, il famoso way of living prende forma. Una bellissima forma.
Basi di cui Boffi tiene conto anche quando esce dalle case per salire idealmente a bordo di meravigliosi yacht? Certo. Ancora di più se possibile. Quando progettiamo cucine o arredi per imbarcazioni dobbiamo considerare una moltitudine di variabili che a terra hanno un peso diverso, il movimento prima di tutto, poi gli spazi ridotti, i materiali, le resistenze… Non a caso abbiamo specialisti che si occupano specificamente di questo comparto.
Capita che gli armatori vi chiedano anche di arredare le loro case? Spessissimo. Lo yachting è un universo strategico e mi sembra doveroso sottolineare come l’architetto Piero Lissoni e il cantiere Sanlorenzo con cui collaboriamo siano in quest’ottica un eccellente biglietto da visita.
(Boffi – La storia siamo noi – Barchemagazine.com – Settembre 2024)





















