Da Alessandro il Grande, probabilmente il primo della fila, a oggi sono molti gli appassionati che attendono un mezzo sicuro per ammirare il meraviglioso mondo che si nasconde sotto la superficie del mare
by Franco Harrauer
Aristotele narra che il grande conquistatore macedone non si limitava a spadroneggiare e ad ampliare le proprie conquiste, ma cercava di estendere le conoscenze e i confini cha la natura aveva posto. Impegnato nell’assedio di Tiro, nel 325 a.C., Alessandro Magno fece costruire la “campana” a forma di grande botte conica, in legno di quercia, rinforzata con placche di bronzo, calafatata dentro e fuori e, al fine di permettere una visione dell’esterno, dotata di spessi vetri sui lati. Le pareti erano rinforzate da bagli e un banco interno permetteva di stare seduti senza doversi bagnare i piedi; la zavorra era costituita da lingotti di piombo. Alessandro volle scendere negli abissi in compagnia del capo della flotta greca, l’ammiraglio Nearco. La campana si basa su una esperienza nota tutti: un bicchiere rovesciato, immerso in un liquido orizzontalmente, mantiene al suo interno una consistente bolla d’aria.
Nella prima “torretta butoscopica”, o batiscafo, della storia vennero imbarcate tuniche pesanti per il freddo e lampade a petrolio per illuminare l’ambiente. L’immersione durò parecchie ore e alla fine, secondo quanto ci riferisce lo storico Eraclito, rischiò di terminare in tragedia: l’aria viziata aveva gia fatto svenire Nearco, quando Alessandro diede l’ordine di far risalire la campana. Eraclito, descrivendo il mezzo progettato e costruito da Diognetus, non aveva potuto sottrarsi al fascino di dare un nome al battello e per la sua forma lo aveva soprannominato Scape-andros, cioè “barca-uomo”, poi diventato “scafandro”, nome destinato a fare molta carriera.
Negli anni ’70, quando vivevo e lavoravo in Egitto, la soluzione e il germoglio per un’idea di sottomarino per mettere gli occhi sott’acqua mi fu data dallo scafo in ferro di un piccolo mercantile in disarmo destinato alla demolizione. Fatto un rapido rilievo abbozzai un progetto preliminare per trasformarlo in una specie di acquario subacqueo da ancorare sulla barriera corallina, un comodo osservatorio nel quale gli spettatori avrebbero potuto vedere la vera vita dei fondali. Si trattava di utilizzare la parte centrale dello scafo tra due paratie (la zona della stiva) per circa 20 metri, zavorrarla convenientemente e munirla di finestroni in acrilico per accogliere 20 turisti. Per attirare la fauna vicino alle vetrate avevo disegnato delle “mensole” sulle quali ricostruire l’habitat del fondale. Ovviamente il complesso sarebbe stato munito di generatori elettrici, servizi e ampi spazi in coperta da utilizzare come bar o ristorante.
La realizzazione di questo interessante progetto, per una serie di circostanze, non ebbe seguito ma alcuni anni dopo, nel proporre delle imbarcazioni per il servizio in un grande complesso turistico negli Emirati arabi, progettai dei piccoli catamarani a propulsione diesel/oleodinamica che nei loro due scafi potevano ospitare 20 osservatori. Le finestre erano in acrilico con superfici convesse per aver maggiore resistenza alla pressione e ampliare il campo visivo. Erano sistemate sulle fiancate interne degli scafi, ma utilizzando anche quelle esterne si poteva duplicare il numero degli osservatori. Uno dei problemi principali era quello della sicurezza. Problema psicologico, più che pratico: rapide vie di uscita in caso di rottura di una finestra. Così pensai che gli ambienti di osservazione dovessero essere a cielo aperto. Lo sviluppo successivo fu lo studio di una grande piattaforma galleggiante a quattro piani dei quali i due superiori erano dedicati a bar o ristorante e i sottostanti a servizi all’osservatorio subacqueo e zavorra.
La costruzione era prevista in cemento armato a eccezione della parte superiore che era in lega leggera. Lo sviluppo era circolare con un unico sistema di ancoraggio che permetteva la rotazione e la possibilità di salpare il grande blocco di ancoraggio per poter spostare a rimorchio i turisti verso zone di diverso interesse. Una logica estensione del concetto “acquario subacqueo” potrebbe essere quella dell’uso del complesso come laboratorio di biologia sottomarina, oltre che a museo, centro di riunioni o congressi ambientali sulle tecnologie subacquee e dimostrazione di attrezzature. Una rete circolare sostenuta da galleggianti potrebbe ampliare il volume dell’acqua a disposizione degli osservatori, con l’inclusione di pesci di grande mole. Negli ultimi anni abbiamo visto una proliferazione di piccoli sottomarini per scopi militari di ricerca e salvataggio. A esclusione di questi ultimi, la maggior parte sono piccoli mezzi mono o biposto con autonomia e capacità di immersioni molto limitate. Sono classificabili come sottomarini da diporto e la loro diffusione è ristretta a quanti non soffrono di claustrofobia!
Aquario Floating CenterProgetto Franco Harrauer, Flavio Santarelli
In occasione delle Olimpiadi e dei Campionati di calcio e in previsione del crescente sviluppo del flusso turistico della città di Rio e di tutto il Brasile, si ripropone uno studio della Mistral, già avviato negli anni ’90, visti l’indisponibilità e l’alto costo delle aree urbane edificabili per uso sportivo o culturale. Lo studio riguarda la progettazione, la costruzione e l’eventuale gestione di un complesso edilizio multiuso che ha le caratteristiche e i vantaggi di essere galleggiante e quindi senza l’onere dei costi dell’area sulla quale potrebbe essere costruito. È un complesso da ancorare e offre la possibilità di essere trasferito, a rimorchio, in acque costiere protette, baie, foci di fiumi di qualsiasi località (baia di Rio, Angra, Salvador, Recife, Buzio, Florianopolis, S.Louis ecc.). Dal punto di vista legale dovrebbe ricadere sotto la giurisdizione delle Autorità marittime ed essere considerato, come categoria, un galleggiante portuale, fluviale o lagunare, non motorizzato o navigante, dovendo rispondere solo a caratteristiche delle dotazioni di ancoraggio, segnalazione e dotato di mezzi di salvataggio del personale eventualmente imbarcato. Il complesso, di geometria cilindrica, è costituito da una parte subacquea (A) in cemento armato, opportunamente zavorrata (1) dotata di un sistema di ancoraggio centrale con Catena e verricello (20) e di àncora (2) di peso proporzionale al dislocamento che potrebbe essere stimato in circa 200 tonnellate. Questo sistema centrale permette la rotazione del complesso per effetto del vento o della corrente; nella parte subacquea sono sistemati gli elettrogeneratori Diesel (5) con scarichi catalizzati, i serbatoi del combustibile, dell’acqua degli scarichi non trattabili a bordo, l’alloggio del personale (17) il motore dell’elevatore (8) e l’impianto di condizionamento sempre nella zona (A), ma a un livello subacqueo di circa 4 metri vi è la zona Aquario con servizi (18) ristorante (6) bar. Questa è circondata da pannelli-finestra in acrilico, con illuminazione subacquea e mensole per l’habitat sottomarino (6). La parte (B) è costruita in cemento armato con la parte superiore in struttura di lega leggera (14) e copertura in grp (15) rivestita di pannelli fotovoltaici. La parte centrale a cielo aperto e una serra con piante tropicali (12). Nella parte superiore (B) vi è la cucina con un “pass” verticale la cella frigorifera e il pontile di attracco (10) con la reception (19), il complesso sarà raggiungibile mediante un catamarano elettrico (13) che oltre agli ospiti potrà rifornire il complesso di acqua e potrà trasportare a terra, in appositi serbatoi, i rifiuti non trattabili a bordo. Il complesso, oltre al riposizionamento in funzione di avvenimenti locali, può essere usato per manifestazioni di carattere sportivo, scientifico, congressi, ricerche di oceanografia, attività di promozione e moda.
(Aspettando il sottomarino – Barchemagazine.com – Marzo 2013)






