Umberto Tagliavini, la passione per le barche. Quelle vere… Umberto Tagliavini, la passione per le barche. Quelle vere…
Umberto Tagliavini e Marine Design si occupano di progettazione a 360°, sia nel settore yachting sia nel segmento di imbarcazioni tecniche e da lavoro.... Umberto Tagliavini, la passione per le barche. Quelle vere…

Umberto Tagliavini e Marine Design si occupano di progettazione a 360°, sia nel settore yachting sia nel segmento di imbarcazioni tecniche e da lavoro. Tagliavini è un vero specialista di carene veloci

di Niccolò Volpati, foto Andrea Muscatello

Nel posto giusto, al momento giusto. A metà degli anni ‘60 la Costa Smeralda si chiamava ancora Gallura e la Costa Azzurra era sì popolata di barche, ma non da diporto. A pochi metri da riva facevano la spola i piccoli gozzi dei pescatori a caccia di acciughe. «Nel porto di Santa Margherita Ligure – ricorda Umberto Tagliavinile barche erano così tante che si mettevano in seconda, terza e, a volte, in quarta fila. La mia passione per la nautica è nata così. In estate trascorrevo tutto il tempo tra le banchine del porto».

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Passione. È un termine abusato. Ho sentito mille volte persone dirmi che costruiscono barche, le progettano o le vendono, per passione. Ascoltando i racconti di Umberto Tagliavini però il termine riacquista significato. Mi immagino che nei suoi occhi scorrano le immagini della sua infanzia e della sua adolescenza.

I favolosi anni ’60 e poi ’70. I cantieri di Santa Margherita sono all’avanguardia. Otam, Spertini, Alalunga, l’invenzione del Flying bridge. Con qualche eccezione, come Viareggio e Varazze, quasi tutto ha avuto origine qui. Il Golfo Paradiso è stato una sorta di culla della civiltà della nautica. Bastava trovarsi lì, aprire gli occhi, essere curioso e aver voglia di apprendere e imparare.

«L’altro giorno ho visto su Facebook un post che raccontava della più bella barca del mondo. L’avrebbe fatta un giovane designer. Veniva giudicata la più bella perché aveva messo la cabina armatoriale a 20 metri d’altezza. Serviva, infatti, un ascensore per arrivarci. Ma quello non è un progettista di barche, ma uno stupido. Solo chi non è mai andato per mare, non sa che ogni grado d’inclinazione dello scafo, per effetto del rollio, si moltiplica a quell’altezza».

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Come dargli torto. Quante volte abbiamo visto progetti sulla carta che, se attuati, diventerebbero un incubo. Vi immaginate l’armatore di questa sorta di barca grattacielo con il mal di mare nella sua bella cabina? «Le tante scuole di design – spiega Tagliavini – sono nate ai tempi del boom. 

Poi con la crisi tutto si è fermato. Adesso stanno riprendendo, mi sembra però con più giudizio. I corsi sono fatti da persone valide e ai giovani si insegna che l’umiltà non è un vizio, ma una virtù». Tenere le orecchie basse, insomma, procedere per gradi e non dimenticarsi mai che si sta disegnando un oggetto che deve per prima cosa navigare. «Per me è stata importante l’università – prosegue – ma anche tanto la gavetta. Ed è stata dura, lunga e faticosa».

Bruno Abbate, Tullio Abbate, Colombo, Piantoni e poi Otam, Apreamare e Numarine. Barche piccole, medie e grandi, Umberto Tagliavini ha disegnato di tutto. «Fare una carena di una barca piccola non è facile – spiega – perché basta lo spostamento di peso di due o tre persone a bordo per modificare l’assetto. Quelle più grandi invece sono difficili perché più complesse, con tanti elementi di cui bisogna per forza tener conto».

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E oggi questi elementi sono sempre di più visto che nessun armatore è disposto a rinunciare a stabilizzatori giroscopici che influiscono sul peso o alle pinne che modificano, anche se in minima parte, le linee d’acqua di una carena. «Ho un brutto carattere, cerco sempre d’impormi – dichiara Umbero Tagliavini – ma lo faccio a fin di bene. Il mio scopo è sempre quello di realizzare la carena perfetta per far andar bene la barca».

E nonostante questo “brutto carattere” ha lavorato con tanti come Zuccon, Galeazzi, Mancini e Pier-Luigi Spadolini, mantenendo con tutti un ottimo rapporto di stima e amicizia. Il team dello studio è una miscela di collaboratori di lungo corso come Aldo Scorzoni con cui lavora da 28 anni ed altri più giovani come Clara Moltedo che collabora con Marine Design da cinque anni.

Oltre che per armatori privati, l’impegno maggiore Umberto Tavaglini lo dedica a Otam e Numarine. «Non è vero – afferma – che ormai decidono tutto i direttori di produzione. Secondo me c’è ancora tanto spazio per la creatività e per la ricerca innovativa di soluzioni. Con Otam lavoro dal 1986 quindi mi sento libero di fare un po’ quello che mi pare. Io mi fido di loro e loro di me. Non mi sento un esecutore di direttive altrui, al contrario, credo che, nonostante molto sia già stato inventato, sia sempre possibile trovare la soluzione ideale per una carena. Dipende dalla tipologia di barca, da come viene utilizzata, da che motori monta, quali trasmissioni sono state scelte. I software per la flussodinamica aiutano, ma da soli non bastano».

Tra le tante barche che ha disegnato Umberto Tagliavini, ci viene spontaneo chiedergli se ce n’è una a cui è particolarmente legato. «La prima non si scorda mai. Si chiamava Black Bullet, un Magnum 63. Erano gli anni ’80 e io ero giovanissimo. L’armatore me l’affidò per un refitting completo. E allora, mettere le mani su uno scafo da 63 piedi non capitava tutti i giorni».

(Umberto Tavaglini – Luglio 2018)

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