Ottavio Parravicini Ottavio Parravicini

Ottavio Parravicini

Designer 1 settembre 2010

Le tele di Ottavio Parravicini sono il nitido paesaggio di memorie malinconiche, di cromatismi mutevoli e vibranti, sorretti da una gestualità che conferisce pieno... Ottavio Parravicini

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Violenta leggerezza

Le tele di Ottavio Parravicini sono il nitido paesaggio di memorie malinconiche, di cromatismi mutevoli e vibranti, sorretti da una gestualità che conferisce pieno rilievo alle emozioni
pensieri, parole e immagini raccolti da Andrea Muscatello

È un «artista per vocazione, dotato di istinto naturale. Vederlo dipingere è coinvolgente per la facilità del suo intervento verso una tela bianca. Nel campo artistico conserva la libertà di seguire il proprio istinto guida, attingendo nel lontano vissuto della memoria». Così lo introduce uno dei suoi maestri, Osvaldo Minotti. E ancora, «passando tra le tele di Ottavio Parravicini ti capita di imbatterti in un viaggio affatto scontato. Il primo segno-segnale è la forza: dirompente ma controllata, gridata ma non sguaiata, travolgente ma non invadente… In queste tele, però, questo gusto si accompagna a vaghezze naturalistiche; le più leggere, le più leggiadre come quelle dei fiori. Questo bellissimo ossimoro (la violenta leggerezza) esprime bene la volontà di trattenere a ogni costo la memoria di una stagione come l’infanzia», racconta un altro suo maestro, Carlo Orsi. E tre sono gli aggettivi che usa l’artista per definirsi egli stesso: sensibile, determinato e imprevedibile.
Quando ha iniziato a dipingere?
Sin da giovane, a scuola, la pittura mi ha sempre affascinato. Dipingere era un modo per esprimere i miei sentimenti, i miei stati d’animo e ricordi. Non potrei vivere senza.
Quali artisti la hanno influenzata maggiormente?
Giorgio Celiberti, Emilio Vedova e, inizialmente, Ennio Morlotti che per me sono capisaldi dell’arte contemporanea, senza scomodare nomi altisonanti.
Per anni lei ha seguito il figurativo, ispirandosi a forme impressioniste. Perché è passato all’informale?
Ho sempre amato il figurativo, mi sono ispirato agli impressionisti, a Claude Monet e in particolare ad Alfred Sisley, con la sua poesia e purezza. Per questo ho dipinto moltissimo all’aria aperta in Brianza, ma anche sui laghi e nell’assolato Sud. Con il tempo però mi sono reso conto che dentro di me stava nascendo l’esigenza di esprimere i miei stati d’animo e solo con questa tecnica riuscivo a trasmettere emozioni e sentimenti vissuti.
Perché i fiori?
Fanno parte dei miei ricordi. Come già detto, sono profondamente legato ai luoghi dell’infanzia: da mia nonna Agnese deriva l’amore per i fiori semplici: iris, papaveri, fiordalisi, margherite e trifogli… anzi, quadrifogli! A volte ricordando mi commuovo, è una sensazione piacevole. Dolce è il ricordo del tempo passato, quasi a voler gridare: «Io c’ero».
Cosa prova davanti a una tela bianca?
L’inizio è travagliato. Ansie, paure prendono il sopravvento. Ma appena il pennello inizia a sciabolare la tela, queste sensazioni lasciano il posto all’euforia, a una forza gestuale dirompente, ma controllata, sino alla fine, quando un senso di pace mi pervade. È una sensazione bellissima.