Monte Carlo Yachts, un altro modo di pensare lo yacht Monte Carlo Yachts, un altro modo di pensare lo yacht
Siamo andati a Monfalcone, da Monte Carlo Yachts, alla scoperta di un modo nuovo di costruire e pensare i grandi yacht. Abbiamo visto un’azienda... Monte Carlo Yachts, un altro modo di pensare lo yacht

Siamo andati a Monfalcone, da Monte Carlo Yachts, alla scoperta di un modo nuovo di costruire e pensare i grandi yacht. Abbiamo visto un’azienda in crescita, dinamica. Un modello unico nel panorama internazionale

di Luca Sordelli 

 Tre indizi, pare, fanno una prova. E allora, indizio numero uno: torno nella sede di Monte Carlo Yachts dopo due anni dall’ultima visita, uno dei cantieri più moderni e interessanti d’Europa. Sono a Monfalcone, nel distretto nautico. Vuol dire capannoni, larghe strade e basta. Non un umano in giro. Molta industria, quella vera. Poca estetica. La novità è che ora, arrivando in vicinanza dello stabilimento, c’è una sconfinata fila di auto parcheggiate. Penso che al mattino o si arriva molto presto o si deve camminare veramente molto. Due anni fa non ce ne era neanche l’ombra. Montec arlo Yachts barchemagazine

Indizio numero due: ho del tempo da aspettare prima di iniziare il mio giro (sono arrivato un po’ in anticipo… di un giorno, ho proprio sbagliato data, ma per fortuna c’è chi devo incontrare e non devo ripartire alla volta di Milano), attendo circa mezz’ora nella sala all’ingresso. Intorno a me quattro uffici dalle pareti trasparenti, sono tutti pieni, ognuno con due persone che parlano una di fronte all’altra, ai due lati di un tavolo. Colloqui di lavoro, come mi conferma una gentile impiegata alla reception.

Indizio numero tre: nell’attesa incontro un’amica, giovane architetta, lavora qui da poco, si è trasferita dalla Brianza. Chiedo informazioni su come si lavora qui.La sua prima risposta…? «Tanto, veramente tanto». Poi altre chiacchiere.

Quindi: numeri in crescita, assunzioni, tanto lavoro da fare.
Ma mettiamo da parte i semplici indizi e passiamo alle prove piene e fattuali. Federico Peruccio manager di Monte Carlo Yachts, mi racconta tutti i numeri del cantiere nautico dalla sua nascita ad ora. Il giro d’affari è cresciuto di anno in anno dai 3 milioni di Euro del 2010, a 11, 23, 37 fino ai 72 del 2016. Ancora più ripida la curva di crescita nel numero dei dipendenti: punto di partenza 20 nel 2010, e poi 100, 180, 250 fino ai 440 attuali. Nel corso dei suoi otto anni di vita MCY ha lanciato un modello all’anno (unica eccezione il 2014), partendo dal 76 arrivando al 96, il varo di quest’anno.

Monte Carlo Yachts barchemagazineStupisce pensare che tutto ciò sia partito proprio quando il sistema nautico (e non solo) scricchiolava, e pesantemente. La crisi faceva chiudere aziende, licenziare persone. Ma Bénéteau, in particolar modo Madame Annette Roux, aveva deciso di provare a trarre vantaggio dalla crisi, far valere il peso della loro posizione di leader. Ecco quindi l’idea di lanciare un brand di grandi yacht made in Bénéteau, di farlo nel posto dove c’è la miglior tradizione al mondo nel settore, l’Italia, e con un management rigorosamente italico. Alla guida di Monte Carlo Yachts arrivava infatti Carla Demaria come presidente e al suo fianco Fabrizio Iarrera come managing director.

Era una doppia sfida: per il momento economico difficile e anche per il principio che c’era alla base di tutto: «Ma come, Bénéteau che rappresenta la nautica per tutti, costruisce i megayacht? Una follia». Ma, a quanto pare, avevano visto lungo, e giusto. Avuta la visione, bisogna cavalcarla. Il Gruppo Bénéteau avrà pure le spalle grosse, pazienza e voglia di investire, ma servono i risultati. Come ci sono arrivati? Due i concetti chiave: processo produttivo e qualità del progetto. Da un lato, quindi, un modo nuovo di costruire barche, più veloce, più efficiente, più preciso. Dall’altro la capacità di mettere tutto dentro al contenitore giusto. Forme corrette, sia sopra che sotto la linea di galleggiamento.

Partiamo dal primo. Basta costruire barche come sempre, dal basso, riempiendo le sentine e poi a salire. Non ci sono più decine di persone che si urtano montando impianti. La costruzione è programmata in partenza, in ogni dettaglio in vista del risultato finale. Non è certo una novità nel campo dell’industria, ma applicata in maniera intelligente nel mondo della nautica è una vera rarità. Vediamo come funziona. Qui a Monfalcone si assembla, la VTR viene lavorata (rigorosamente per in fusione, e rigorosamente per ogni elemento, anche il più piccolo) negli impianti a pochi km di distanza.Monte Carlo Yachts barchemagazine MCY105_Navigation 2

Ci sono tre linee separate, una dedicata agli interni, una a coperta e sovrastrutture e una a scafo e impianti di base. Su ognuna di queste gli operai possono operare ad altezza uomo, sia dall’interno che dall’esterno, in assoluta libertà di movimento. I pezzi sono pronti, numerati, tagliati a controllo numerico, organizzati sui carrelli per essere assemblati. Il modulo degli interni viene assemblato interamente fuori bordo in un’unica soluzione, peculiarità unica di Monte Carlo Yachts. Inoltre non poggia su un classico vassoio di vetroresina, ma si struttura su uno scheletro in alluminio su cui tutto il resto poggia.

Tra l’alluminio e le strutture c’è uno spessore di gomma, a densità variabile a seconda delle necessità, che evita che si trasmetta qualsiasi vibrazione. Sopra al pagliolato, prima della moquette, viene messo un’ulteriore spessore in gommatura. La scelta dell’alluminio (al posto della vtr, o anche del legno) ha tre vantaggi: maggiore adattabilità (e la massima personalizzazione degli interni è uno dei punti cardine su cui basa la filosofia del cantiere); maggiore leggerezza; e infine consente di creare con facilità un sistema di canali naturali dentro cui far scorrere gli impianti. Questo scheletro di alluminio, alla fine crea una struttura di irrigidimento di stampo aeronautico che corre da prua a poppa, da una murata all’altra.

L’assemblaggio del modulo degli interni allo scafo non avviene per fascettatura, niente vtr o resina. Ma colla, anche qui tutto di derivazione aereonautica. Il risultato di tutto questo è che non solo si ottiene un prodotto finito di altissimo livello, con standard qualitativi di comfort ed affidabilità di prima categoria, ma anche che il tutto viene realizzato quasi nella metà del tempo degli altri. Per fare una barca di 105 piedi, con un alto tasso di customizzazione, ci vogliono quattro mesi e mezzo. Altro passaggio fondamentale da sottolineare è nella cabina di pitturazione da 60 metri di lunghezza. Questa è termoregolata e quindi oltre ad essere utilizzata per il suo scopo primario è impiegata anche per sottoporre le barche, prima della consegna, ad un trattamento preventivo di cicli di riscaldamento che simulano la prima stagione in acqua. Lo scopo? La VTR è “viva”, subisce necessariamente dei minimi movimenti delle superfici. Bisogna conoscerli e prevenirli.Montec carlo Yachts

Chiudiamo infine con il secondo “segreto” di MCY, la progettazione delle forme. Non solo studio del processo, dicevamo, ma anche buoni “contenitori”. Questo significa, fuori dall’acqua, poter contare sullo studio Nuvolari e Lenard, che di lunghe presentazioni hanno poco bisogno. Hanno infatti firmato alcuni tra i megayacht più rappresentativi dello yachting moderno e con MCY hanno trovato uno stile inconfondibile, elegante e un po’ spavaldo, incredibilmente marino.

Stile, quest’ultimo, che rispecchia anche quello che c’è sotto alla linea di galleggiamento. Già, perché alla base della filosofia progettuale voluta da Madame Roux otto anni fa e da allora sempre sostenuta e rilanciata da Carla Demaria, c’è la voglia di fare barche belle, che navighino bene, meglio delle altre. Lusso, per macinare infinite miglia.

 

 

 

 

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