Max Sirena Max Sirena
Abbiamo incontrato Max Sirena durante una visita nel cantiere turco che porta il suo cognome. Velista pluricampione, ha vinto l’Amerca’s Cup nel 2010 con... Max Sirena

Una bella sorpresa

Abbiamo incontrato Max Sirena durante una visita nel cantiere turco che porta il suo cognome. Velista pluricampione, ha vinto l’Amerca’s Cup nel 2010 con il team di Oracle

SE UN VELISTA DEL CALIBRO DI MASSIMILIANO “MAX” SIRENA VISITA UN CANTIERE ANATOLICO CHE PORTA IL SUO STESSO COGNOME, è normale che si scatenino le fantasie e le congetture più disparate. Eppure Max in Turchia è venuto per una breve vacanza sulla via di New York e di quei Louis Vuitton America’s Cup World Series che hanno visto imporsi il team neozelandese di cui lui stesso è parte. Con il cantiere Sirena Marine, ci tiene a precisare, Max ha in comune soltanto il nome, pur ammettendo di essere parecchio attratto e incuriosito dalla sua storia: un po’ per la nomea che si è saputo creare negli ultimi anni, grazie soprattutto alle linee Azuree ed Euphoria, un po’ per via di quella curiosa coincidenza legata al nome. «Sono capitato nel cantiere in maniera abbastanza casuale», ci dice lui, gli occhiali scuri di Prada inforcati, «mi trovavo a Istanbul per una gita di pochi giorni e sono stato invitato a visitare la struttura da un amico, un rivenditore Azuree, che ha saputo del mio viaggio in Turchia». Alla domanda se abbia mai navigato su una di queste barche, la risposta è stata: «Mi è capitato di navigare con il 33 di un conoscente, con scirocco in Adriatico; rimasi parecchio impresso dalle prestazioni, specialmente alle andature portanti, nonostante si trattasse di una barca da crociera. I primi modelli di 33 e 40 piedi del cantiere sono stati interessanti, con un buon compromesso crociera-regata, un concetto abbastanza nuovo su queste dimensioni». Riminese, 44 anni, sei campagne di Coppa America alle spalle comprese tutte quelle di Luna Rossa, Max Sirena è un romagnolo verace vecchio stampo, di quelli che dicono sempre quel che pensano e, cosa più importante, che sanno il fatto loro; nel suo caso, la sa lunga in praticamente tutti i campi della vela: dai regolamenti di regata alle tecniche costruttive che portano le barche di oggi a combinare caratteristiche di leggerezza e di rigidità inimmaginabili fino a qualche decennio fa. È la passione per le questioni tecniche, in particolare, ad avere portato Massimiliano in quel di Orhangazi, 70 chilometri in linea d’aria dal centro di Istanbul e più di 100 chilometri via autostrade e traghetti, dove si trovano gli stabilimenti Sirena Marine. Non si tratta di un errore: parliamo di “stabilimenti” e non già di “cantieri” perché in questa struttura che dà lavoro a 570 persone, pulita e organizzata, si producono non soltanto barche a vela e a motore, ma anche componentistica per il settore automobilistico, che è poi il core business del gruppo Kiraça cui fa capo Sirena Marine, 35 milioni di euro di fatturato annuo contro i circa 600 del gruppo. Qui tutto è realizzato con criteri costruttivi all’avanguardia, di cui – parola di Federico Martini, membro del comitato esecutivo di Sirena Marine – «l’infusione sottovuoto rappresenta uno dei fiori all’occhiello insieme alla laminazione manuale delle coperte e delle paratie, così come l’utilizzo di vetri alleggeriti lungo tutta la struttura». Nel corso della nostra visita guidata, Max si è soffermato a lungo nel pozzetto di un Azuree 41 in costruzione, progetto di Rob Humphreys, e gli abbiamo chiesto un parere in proposito: perché, con tante barche in costruzione, si è soffermato tanto su questa? «Il 41 – ha risposto lui – mi ha colpito in particolare per il design e per le soluzioni tecniche ed ergonomiche; nonostante si tratti di un modello di 41 piedi, ha gli spazi di una barca di taglia superiore. Progettista a parte, questo yacht è completamente diverso rispetto al vecchio 40 e si presta a un utilizzo più crocieristico: la qualità del mobilio interno è molto difficile da trovare in altri modelli di dimensioni equivalenti, per non parlare poi del suo aspetto da puro performer. Per quel che mi riguarda, l’Azuree 41 ha tutte le stimmate del modello di successo». Il bilancio della giornata Max ce lo trasmette un’oretta più tardi, durante il rientro a Istabul prima che il traffico della metropoli si faccia improponibile: «Una cosa che mi ha colpito», ha detto il campione romagnolo, «è la qualità costruttiva e, in particolare, la cura per il dettaglio: costruire barche relativamente piccole come i modelli di 33, 40 e 41 piedi in infusione è insolito, ma questo non fa che avvicinare il cantiere al target che si è prefissato di raggiungere che, per quel che mi riguarda, è sicuramente alto. Nel complesso sono rimasto impressionato dai metodi di lavoro e dalle dimensioni: la struttura è enorme e il fatto che si produca tutto in casa, dalla plastica alla falegnameria, dalla tappezzeria agli acciai, permette di avere un ottimo livello qualitativo e, soprattutto, di poter controllare in pieno il programma di costruzione. Credo sia una delle poche realtà oggi sul mercato in questo senso». Sempre sulla via del ritorno nella megalopoli, talmente grande da non sapere nemmeno con certezza quanti abitanti abbia, abbiamo l’opportunità di parlare anche d’altro. Per esempio della stessa Istanbul, città che ha visto Max trionfare nel 2011 nel circuito Extreme Sailing Series come skipper di Luna Rossa, e della Turchia, un Paese che, volente o nolente, è in grande sviluppo. «Purtroppo», ha detto Sirena, «quando visito le sedi delle regate alle quali prendo parte ho sempre poco tempo per esplorarle; ero rimasto sempre affascinato nelle mie due precedenti esperienze a Istanbul e per questo ci sono voluto ritornare, stavolta da turista. A differenza di quanto si possa immaginare Istanbul è una città vivissima e in forte sviluppo sia turistico sia industriale; è stata una città di frontiera culturale ed economica nei secoli passati e credo sia destinata a ricoprire un ruolo analogo in futuro. Offre grandi possibilità di lavoro sia nel settore cantieristico sia industriale in generale e mi affascina davvero molto». Si gode il vento relativo sul viso, il nostro Max, un po’ come farebbe a bordo di un catamarano che vola sul mare affettandolo a colpi di foil, mentre con il traghetto ripercorriamo a ritroso il tragitto compiuto qualche ora prima. Il suo sguardo, avvezzo a posarsi su orizzonti lontani, si sofferma sul grande ponte sospeso che attraversa la baia di Izmit appena ultimato, in linea con una tabella di marcia impensabile per gli standard italiani. Un progetto, ironia della sorte, realizzato da un consorzio che ha per protagonista l’Astaldi di Roma. Il pensiero va al ponte di Messina e alla nostra Italietta, al palo da trent’anni, ai suoi servizi precari e alle sue vetuste infrastrutture. Chi conosce Max sa che lui è un patriota, un italiano che soffre per la condizione del proprio Paese. «Sono molto legato all’Italia», ci conferma lui. «Il mio lavoro mi ha costretto per lunghi periodi all’estero, ma io credo molto negli italiani. Sulla carta dovremmo essere uno dei Paesi più ricchi al mondo e non si dovrebbe nemmeno faticare per esserlo, con la storia e con la cultura che abbiamo e che tutti c’invidiano; siamo tra i migliori, se non i migliori, nella maggior parte dei settori industriali, da quello automobilistico a quello aerospaziale, passando per la moda, la cucina, il vino e il turismo. Abbiamo insegnato al mondo le nostre qualità, ma per qualche motivo chi ci governa non le valorizza. Dovremmo essere noi i veri leader europei, ma si fa di tutto perché questo non succeda. Ciononostante rimango speranzoso e credo che, presto o tardi, verrà il nostro momento: non dobbiamo smettere di lottare e di proteggere il nostro patrimonio, l’inestimabile patrimonio italiano!». Una botta di ottimismo davvero rigenerante, persino più della brezza che rinfresca e che ci costringe a trovare riparo all’interno del traghetto.Di fronte a un tè caldo affrontiamo l’inevitabile prossimo futuro di Max Sirena: la Coppa America che disputerà l’anno venturo a Bermuda con Emirates Team New Zealand. Si mormora che per lui sarà l’ultima, dopo tante fatiche e tanti allori, tra cui una Louis Vuitton Cup vinta con Luna Rossa nel 2000 e una “Brocca d’Argento” sollevata dieci anni dopo con il trimarano Oracle; tuttavia, lui lascia uno spiraglio socchiuso: «Mi piace dire sempre che la prossima sarà la mia ultima Coppa, ma lo faccio un po’ per scaramanzia e un po’ per illudere me stesso. Il mio futuro dipenderà molto da come finirà la prossima edizione con i kiwi: qualora riuscissimo a vincere, si aprirebbe uno scenario che potrebbe far riavvicinare Luna Rossa a questo trofeo; in tal caso, se dovessi ricevere una telefonata da Patrizio Bertelli, credo proprio che ascolterei con vivo interesse quel che avrà da dirmi…».

 

A great surprise

We met Max Sirena during a visit to the Turkish shipyard which has his same surname. A champion sailor, he won the America’s Cup in 2010 with the Oracle team

WHEN A YACHTSMAN OF THE CALIBRE OF MASSIMILIANO “MAX” SIRENA VISITS AN ANATOLIAN BOATYARD BEARING THE SAME NAME AS HIM, it is understandable that all kinds of theories and ideas are unleashed. But Max has come to Turkey for a short holiday on the way to New York and the Louis Vuitton America’s Cup World Series, which saw the victory of the New Zealand team of which he is a member. Max is quick to make clear that their name is the only thing he has in common with the Sirena Marine boatyard, although he does admit to having been greatly attracted and intrigued by its story: in part because of the reputation it has succeeded in creating over the past few years, thanks – above all – to the Azuree and Euphoria ranges, and in part because of that odd coincidence with his name. «I came across the boatyard pretty much by chance», he told us in his Prada sunglasses, «I was in Istanbul for a few days and I was invited to pay a visit by a friend who sells Azuree boats, and who knew that I was going to be in Turkey». Asked if he had ever sailed in one of the boats, he answers: «I once sailed in a 33 owned by someone I know, with a scirocco wind blowing in the Adriatic; I was very impressed by how it performed, especially sailing downwind, despite the fact that it is a cruising boat. The first 33 and 40 foot models made by the yard were interesting, with a good balance between cruising and racing, which is a fairly new concept for boats in this size range». Max Sirena, 44 years old, is from Rimini and has six America’s Cup campaigns to his name, including all those done by Luna Rossa. He is a typical native of the Emilia Romagna region, and always says what he thinks and – more importantly – he knows his stuff. He knows just about everything there is to know about sailing: from regatta rules to construction techniques which mean that today’s boats combine both lightness and strength in a combination that would have been unimaginable just a few decades back. It was above all his passion for technical issues which took Max to Orhangazi, 70 km as the crow flies from the centre of Istanbul and over 100 km by ferry and motorway, where the Sirena Marine facilities are based. That’s not a mistake: we are talking about “production facilities” rather than “boatyards” because – in this clean and well-organised site, where 570 people work – they don’t just produce sailing and motor boats, but also components for car production. The automobile industry is the core business of the Kiraça group which owns Sirena Marine, a company which turns over 35 million euros with around 600 employees. Here everything is done following cutting-edge construction criteria of which – according to Federico Martini, who is a member of the Sirena Marine executive committee – “vacuum infusion is one of the big things, together with the manual lamination of the decks and the bulkheads, as is the use of streamlined glass throughout the entire vessel”. During our guided tour, Max spent a good amount of time in the cockpit of a Rob Humphreys-designed Azuree 41 which was being built, and we asked what he thought about it: why, with so many boats being built, had he spent so long on that one? «The 41–, he answered, – made a special impression on me because of its design and its technical and ergonomic solutions; even though it is a 41 footer, it has the roominess of a larger boat. Except for the designer, the yacht is completely different from the old 40 and is more suited to cruising: the high quality of the interior furniture is very difficult to find in similarly-sized models, and that is without even mentioning its thoroughbred performance look. As far as I am concerned, the Azuree 41 has all the signs of being a successful model». Max gives us his overview of the day an hour later, as we made our way back to Istanbul before the city traffic became impossible: «Something that really struck me», said the champion from Emilia-Romagna, «was the build quality and especially the attention to detail: building fairly small boats, such as 33, 40 and 41 footers using infusion is unusual, but that merely helps the shipyard reach the target they have set themselves, a target that is very high in my opinion. Overall I was very impressed by the working methods and the size of the facility – it’s enormous and the fact that everything is done in house, from plastic to carpentry and from upholstery to steel, means they can attain excellent quality levels, and – most of all – means the construction schedule is entirely in their hands. I think it is one of the very few firms currently in the market that does that». Still on the way back into the city, which is so large that it is not very clear quite how many people live there, we also talked about other things. For example, about Istanbul – the very city which in 2011 saw Max win a stage on the Extreme Sailing Series as Luna Rossa skipper – and about Turkey, which, like it or not, is developing very fast. «Unfortunately», said Sirena, «when I visit the bases used by the regattas I compete in, I never have much time to explore them; I was really fascinated by my two previous trips to Istanbul and so I wanted to come back, this time for pleasure. Istanbul is very lively, quite different from what you might imagine, and is developing very fast – both in terms of tourism and industry; in the past it was a city on the cultural and economic frontier, and I believe that it will play a similar role in the future. It has a lot of job openings, both in the boatbuilding sector and also industry as a whole, and I find it really fascinating». Our Max enjoys the wind in his face as we make our way back on the ferry we had taken a few hours earlier, a bit as if he would on board a catamaran flying over the sea, its foils slicing through the water. His gaze, so used to being fixed on distant horizons, settles on the great, suspension bridge that crosses the bay of Izmit, which has just been completed following a schedule that would have been unthinkable in Italy. Ironically, the project was carried out by a consortium featuring Astaldi of Rome. My thoughts go to the bridge over the Strait of Messina, and when Italy becomes petty and narrow-minded, stuck for thirty years, with its precarious services and ageing infrastructure. Whoever knows Max knows that he is a patriot, an Italian who suffers from the condition of his country. «I am very much attached to Italy», he confirmed to us. «I have been obliged to spend long periods abroad, but I am a firm believer in the Italians. In theory we should be one of the richest countries in the world and we shouldn’t even need to try very hard to be so, with a history and culture which is the envy of all; we are amongst the best, if not the best, in most industrial sectors, from cars to aerospace, including fashion, food, wine and tourism. We have shown the world our qualities, but for some reasons those in government don’t give them much importance. We should really be the leaders of Europe, but everything is done to ensure that this doesn’t come about. Nevertheless I am still hopeful and I believe that, sooner or later, our time will come: we must not stop fighting and protecting our priceless Italian heritage». A blast of optimism which is very refreshing, even more so than the breeze which forces us to seek shelter below decks in the ferry. Over a cup of tea we tackle Max Sirena’s inevitable next step: the America’s Cup which he will contest with Emirates Team New Zealand next year in Bermuda. It is rumoured that it will be his last America’s Cup, after so much effort and success, including a Louis Vuitton Cup won with Luna Rossa in 2000 and an “Auld Mug” won ten years later with the Oracle trimaran; but he is still leaving the door open: «I always like to say that the next Cup will be my last, but I do that a bit out of superstition, and a bit to fool myself. My future depends to a large extent on how the next Cup turns out with the Kiwis: if we were to win, that would open up a situation which could see Luna Rossa coming back to compete for this trophy; if that were to happen, and I got a call from Patrizio Bertelli, I really think that I would listen very carefully to what he has to say to me».

(Agosto 2016)

 

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