Marco Cecchi, un uomo di rara sensibilità Marco Cecchi, un uomo di rara sensibilità
Marco Cecchi è un punto di riferimento per coloro che sanno di barche e che amano il mare. Si potrebbe definire un vecchio saggio... Marco Cecchi, un uomo di rara sensibilità

Marco Cecchi è un punto di riferimento per coloro che sanno di barche e che amano il mare. Si potrebbe definire un vecchio saggio con lafreschezza mentale di un bimbo

di Valeria Caldelli – foto Andrea Muscatello

SE TORNASSE INDIETRO FAREBBE IL MECCANICO, perché smontare e rimontare i motori è sempre stato il suo ‘pallino’, però le sue tre barche sono tutte a vela.«Più ecologiche e non fanno rumore», spiega in barba alle contraddizioni.

Comunque qualcosa doveva pure smontare, così ha modificato il timone della sua nove metri in vetroresina, una Freedom con due alberi, ma senza sartie. Ora la marcia indietro continua a non funzionare, però la barca va più veloce. D’altra parte niente per lui potrebbe sostituire il sottile piacere della sfida.

Perché Marco Cecchi, nato sulle rive dell’Arno, ma viareggino di lunga adozione, uomo di mare amico di tutti gli uomini di mare, la sfida ce l’ha nel sangue. Non tanto quella sportiva, quanto quella del business.

Era il 1978 quando si trovò tra le mani un campione di una sostanza nuova che seccava subito, come una lacca, e che si chiamava teflon. Oggi lo conosciamo tutti per essere entrato nelle nostre case con le ormai famose pentole ‘antiaderenti’, ma allora sembrava solo una cosa un po’ strana.

Andando a cercarne le caratteristiche il giovane Marco scoprì che era un polimero con basso coefficiente di attrito e facendo qualche test ne rilevò le ottime proprietà di scorrevolezza. Così disse al padre: «Vorrei provarlo sulle barche da canottaggio e sulle auto da corsa». Il padre scosse la testa: «Non ce la farai», rispose. Invece ci riuscì.

E la Cecchi Gustavo & C. fu tra le prime aziende in Italia a commercializzare con successo un prodotto che avrebbe rivoluzionato la manutenzione e la produzione stessa delle imbarcazioni.

Gustavo era il padre, Marco il figlio cocciuto che oggi gestisce l’azienda. Era arrivato nel 1972, dopo un periodo trascorso a costruire barche in un cantiere. Da allora, e per anni, è andato avanti e indietro in Italia per vendere le ‘sue’ vernici e le ‘sue’ resine, quelle che lui stesso faceva modificare sulle base di intuizioni provenienti dalle nuove scoperte scientifiche, ma anche dalla pubblicità, sui giornali o via Internet.

Così a poco a poco ha ‘elaborato’ le varie resine epossidiche, gli additivi, i filler, gli stucchi, le vernici e gli smalti che lui confeziona.

Marco fin dall’inizio si preoccupa sia delle barche di legno che di quelle in vetroresina. Ascoltando gli armatori, i capitani, i pescatori e gli altri clienti nelle diverse regioni della penisola capisce i problemi più importanti.

Lui dice: ‘Imparo’. E poi, dopo che ha imparato, inventa nuovi materiali e risponde ai loro quesiti, dalla coperta che ‘molleggia’, alla base del timone o dell’albero danneggiati dall’acqua, dalle ‘bolle’ di osmosi sotto gli scafi delle imbarcazioni in vetroresina ai punti di giuntura di quelle in legno o in compensato.

«Non bisogna diventare pesci in un acquario: tutti i giorni c’è uno scalino da fare per stare al passo con i tempi e avere il prodotto giusto», spiega. «Tante volte, comunque, ho dovuto rinunciare a qualche progetto, perché sapevo che non avrei avuto i clienti adatti. Siamo una piccola azienda e non ho mai voluto fare il passo più lungo della gamba. Impossibile lanciare a 200 chilometri all’ora una macchina che non ne fa più di 100».

Come parola d’ordine, infatti, ne ha scelta una giapponese: Kaizen. Che vuol dire miglioramento continuo, ma a piccoli passi, giorno dopo giorno. D’altra parte è un ragioniere, che sente però di dovere molto ad un professore di fisica che ha seminato in lui il ‘germe’ della curiosità.

Dalla curiosità è nata l’esperienza e dall’esperienza i ‘rimedi’ migliori per le diverse situazioni. «Sono più buone le polpette della nonna o quelle della mamma?», domanda. E poi aggiunge: «Di solito un bambino risponde: ‘Quelle della nonna’. Non è un problema di ricetta, ma di abitudine, manualità…».Per questo ha inventato anche una sigla che spesso ama apporre alla sua firma: NL Marco Cecchi. Dove NL sta per Non Laureato. Tanto per essere chiaro.

Se poi chiedete al ragioniere cosa fa nel tempo libero, vi risponderà che pensa al lavoro. Ma non è del tutto vero. In realtà passa ore nelle librerie alla ricerca di titoli e autori che attirino la sua curiosità. Dalla medicina, alla tecnica, alla psicologia: tutto tranne che i romanzi ‘perché è già un romanzo la vita e non importa aggiungerne altri’.

Li legge tutti dalla prima all’ultima riga e quelli che lo affascinano li tiene sul tavolo vicino al letto. Spesso ne regala copie ai clienti e agli stessi dipendenti; addirittura li fa ristampare a sue spese quando sono esauriti in libreria.

Nella sua stanza, al primo piano della palazzina di via Coppino 253, a Viareggio, si cammina su un pavimento di teak trattato con i suoi prodotti, perché gli piace avere l’impressione di essere sul ponte di una barca che naviga in mare aperto.

Ma sulle pareti, insieme alle foto, alle marmellate che gli regala il cognato e alle tracce dei ricordi che nemmeno la più epossidica delle sue resine epossidiche potrebbero rendere impermeabili, c’è un altro mare.

Un mare di libri. Sui motori come sull’interpretazione dei sogni, sulla nautica come sulla medicina e sulla fisica. Qui ogni giorno affronta un’altra sfida per vincerla. Però a piccoli passi: kaizen, appunto.

E dall’imprenditore Marco Cecchi spunta il filosofo: «A volte i giorni ci sembrano tutti uguali, invece ogni attimo è pieno di sorprese che capiamo soltanto dopo. Qualcuno ha scritto– non mi ricordo chi – che l’importante non è scoprire terre nuove, ma guardare con occhi nuovi».

(Marco Cecchi, un uomo di rara sensibilità – Barchemagazine.com – Giugno 2019)