Hot Lab creatività tutta italiana, con la voglia di stupire Hot Lab creatività tutta italiana, con la voglia di stupire
I tre soci di Hot Lab sono giovani, ma collaborano con molti nomi nobili della cantieristica internazionale. Ad Antonio Romano, Enrico Lumini e Michele... Hot Lab creatività tutta italiana, con la voglia di stupire

I tre soci di Hot Lab sono giovani, ma collaborano con molti nomi nobili della cantieristica internazionale. Ad Antonio Romano, Enrico Lumini e Michele Dragoni piace stupire, nel segno dell’eleganza e del made in Italy

di Luca Sordelli, foto Giovanni Malgarini

Come raccontare in estrema sintesi cos’è Hot Lab? «Semplice– ci racconta Antonio Romanoè il nome stesso dello studio che già dice molto: HOT rappresenta la sua anima creativa, italiana, “spicy”. LAB è invece quella più ingegneristica, precisa, nordeuropea. Un terzo elemento contraddistingue poi il nostro modo di lavorare e ha sempre a che fare con l’italianità e intendo la gentilezza delle linee. Eleganza e sportività insieme, come su una vera Gran Turismo, alla ricerca della semplicità e senza mai strafare, lavorando più di gomma che di penna». 

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MONDOMARINE IPANEMA

Antonio è uno dei tre soci di Hot Lab, lo incontriamo nel loro grande studio milanese dove al lavoro ci sono dieci tra ingegneri, designer e architetti. Antonio è un designer e si occupa del marketing e delle strategie. Gli altri due partener sono Enrico Lumini, Interior Chief Designer, e Michele Dragoni, che invece è l’Exterior Chief Designer. È molto difficile riuscire ad incontrarli tutti insieme, il momento per lo studio è molto “hot”. Ma se le voci sono tre, la visione è una sola, molto chiara. Tutti e tre sono molto giovani, ma hanno firmato grandi progetti per canteri come Baglietto, Arcadia, Mondomarine, Heesen, Oceanco, RMK e altri ancora.

Il loro esordio nel mondo della nautica è molto interessante. «Ci siamo incrociati lavorando tutti per lo stesso studio di puro Product Design. Tutti e tre abbiamo una storia personale in qualche modo legata al mondo delle barche e del mare, ma non avevamo mai lavorato in questo ambito. Nel 2003 decidemmo di andare a fare un giro al Salone di Genova, erano ancora gli anni d’oro, l’obiettivo era andare nel padiglione degli accessori e proporsi per disegnare una bitta, un verricello… ma le cose non sono andate come previsto».

Nessun risultato? Rimandati al mittente? «Nel padiglione accessori sì, ma poi abbiamo deciso di fare un salto a vedere anche le barche, quelle in acqua. Siamo passati anche da Raffaelli e siamo saliti a bordo di una barca millantando grandi conoscenze nautiche e nonni con il Riva per superare la selezione dei curiosi che veniva fatta in banchina e lì è successo l’imprevedibile. Raffaelli ci commissionò il progetto della loro ammiraglia di 66 piedi. Con i primi – pochi – soldi comprammo un fax e un portatile e abbiamo iniziato».

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Un inizio che ha del romantico, poi come è andata?«Eravamo giovanissimi, avevamo 24/25 anni. Difficile farsi accettare in questo mondo. All’inizio ci siamo occupati di barche piccole e di piccole collaborazioni ad esempio con Blu Yachting o con Salpa»

.Ora però siete specializzati in superyacht, un passaggio non da poco. «Abbiamo sempre lavorato con calma e con professionalità. Ci piace essere precisi e questo è stato sempre molto apprezzato. Siamo anche stati attenti a non fare mai il passo più lungo della gamba e a lavorare molto in termini di comunicazione. E i risultati sono venuti».

Quale è stata la prima barca veramente grande di cui vi siete occupati? «Un refit di un Akhir del ’79 insieme all’architetto Radovic, in Grecia. E abbiamo anche cominciato a capire come muoverci, qual è il “misterioso” ruolo dei broker, come far fruttare le presenze ai saloni, come relazionarsi con la stampa».

In altre parole siete diventati grandi e, se non sbaglio, lo avete fatto sempre avendo un contatto diretto con gli armatori, piuttosto che legandovi a singoli cantieri. «Assolutamente. Questo secondo passaggio è avvenuto solo negli ultimi tre anni. Il primo armatore privato è stato quello del Noor 37metri di Bilgin Yachts. Poi sono arrivate altre barche importanti come Biscuit 95di Filippetti Yachts e soprattutto il Keyla 45, rebuilt di un Trinity».

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Come mai il progetto del Keyla 45è stato così importante per voi? «Era per la famiglia, in termini industriali, più importante della Turchia. Da lì grazie al passaparola siamo diventati un punto di riferimento in quel paese e ora lì abbiamo quattro barche in costruzione: di 68, 60, 43 e 41 metri. Due di questi arriveranno nel 2019 e 2020».

E in Italia? «I passaggi importanti sono statiEleonora III eDivine, due barche costruite da Columbus, con esterni di Sergio Cutolo. Anche queste due commesse le abbiamo avute grazie a contatti diretti con gli armatori. Ed entrambe hanno vinto dei premi, un’altra costante della nostra storia che ci ha aiutati a crescere». Questo rapporto diretto con gli armatori di superyacht ha sicuramente consentito di capire cosa vogliono, come sono fatti. Che cosa cercano, cos’è il lusso per loro? «Vogliono stupire i loro ospiti, ma non con rubinetti in oro, divani firmati o pareti in pelle di serpente. Vogliono impressionarli con le innovazioni, la tecnologia e la qualità costruttiva che, ad esempio, consentono di navigare nel silenzio assoluto, e a zero vibrazioni. E significa poi poter avere a bordo tutti i water toys possibili, ma anche una cella per i vini. Il lusso è dato dal vero comfort di bordo».

Ci raggiunge Enrico Lumini, di ritorno da una conferenza dove Hot Lab era invitata a parlare di come stia cambiando il modo di vivere sui grandi yacht. È quindi molto preparato sull’argomento: «Dal 2007 in poi abbiamo riscontrato un cambio di atteggiamento delle richieste, un’evoluzione costante e quasi sincrona della maggior parte degli armatori. Chiedono tutti le stesse cose».

Molto interessante, e cosa vogliono? «Volumetrie, vere o percepite. E questo a prescindere dalla loro provenienza geografica. Se si lamentano di qualcosa è perché mancano altezze – abbiamo lavorato su una barca di 66 metri dove l’armatore voleva 2,7 metri di altezza nel salone – o le larghezze».

E il design ha assecondato questa voglia di spazi? «Assolutamente. Basta pensare agli explorer, al loro diffondersi così rapidamente sul mercato, è accaduto perché sono il vestito che calza meglio per soddisfare questa esigenza. Non conta più la semplice lunghezza della barca. Deve esserci una forte connessione architettonica con gli esterni, la percezione del volume interno deve essere assolutamente amplificata. Ecco quindi comparire anche sconfinate superfici vetrate. Le esigenze funzionali, in termini di interni, non si sono rivoluzionate, ma il rapporto con l’esterno sì».

Tutto questo ci fa capire che se una volta gli armatori volevano stupire prima di tutto chi era fuori dalla barca, dall’esterno verso l’interno, ora accade l’opposto, chiedono ai designer di poter sorprendere chi è dentro nella percezione di tutto ciò che li circonda, senza troppe separazioni tra il dentro e il fuori.E forse non è un caso che Navette ed Explorer navighino piano, decisamente più piano di quello che facevano i grandi yacht di qualche anno fa. E che la velocità non sia più un valore così importante.«Esattamente, sono la forma ideale per quello che gli armatori vogliono».

Torniamo a parlare dei vostri lavori. Se il rapporto diretto con gli armatori è stato sempre molto importante, avete però nel tempo instaurato partnership solide anche con i cantieri.
«Sì, e il primo è stato Mondomarine– racconta Antonio Romano – ai tempi di Marco Stroppiana ci hanno affidato la progettazione di una vera gamma, con un 43, un 60 e un 50 metri. Quest’ultimo è diventato Ipanema, linee estreme ma eleganti, sembra disegnata con un unico tratto di matita, rappresenta molto bene il modo di pensare di Hot Lab».

Poi c’è Baglietto, nome storico, nobile, della cantieristica mondiale. «Con loro c’è un rapporto molto intenso. Da due anni collaboriamo alla realizzazione della V Line. Inoltre abbiamo un 54m in costruzione e con loro qualcos’altro di molto interessante arriverà l’anno prossimo, ma per il momento non posso ancora anticipare nulla».

Hot Lab ha un rapporto molto forte anche con Arcadia, loro rappresentano invece la voglia di rivoluzionare. «Dal gennaio del 2017 ci occupiamo sia degli interni che degli esterni di tutte le loro barche. È una marchio forte, le loro barche o le ami o le odi. Ma di certo è uno dei punti di riferimento più importanti nel modo dello yacht design attuale. Due A105 con i nostri interni sono già stati venduti e da poco abbiamo presentato il nuovo Sherpa XL, che farà il suo debutto a Cannes».
Una situazione sempre molto “Hot”, quindi, per un laboratorio di idee che non si stanca mai di inventare.

(Hot Lab – Agosto 2018)

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