Francesca Pasquali Francesca Pasquali
Niente è come appare nelle opere di Francesca Pasquali, ingegnosa artista contemporanea che riscopre e reinventa la “biologia industriale”, dando vita – e spirito –... Francesca Pasquali

[nggallery id=419]

L’anima della materia

Niente è come appare nelle opere di Francesca Pasquali, ingegnosa artista contemporanea che riscopre e reinventa la “biologia industriale”, dando vita –
e spirito – a ciò che nella quotidianità sembra esserne privo di Laura Biazzi

Vive e lavora a Bologna dal 2006, anno in cui consegue il diploma presso l’Accademia delle belle arti della stessa città. L’istinto creativo si esprime in sculture, installazioni e fotografie in cui predominano la materia e le forme astratte: tatto e vista si fondono per coinvolgere lo spettatore in un “viaggio” che attraversa magicamente la natura e l’artificio industriale, sublimandolo.
Quando ha iniziato a creare le sue opere e che cosa voleva comunicare?
Ho iniziato a lavorare durante il periodo accademico e la scelta di usare materiali plastici è maturata dopo varie sperimentazioni durante gli studi: ero alla ricerca di un mezzo attraverso il quale poter esprimere la mia presenza, mediante una modalità semplicissima, e stimolare nell’osservatore lo stesso grado di interesse che provavo di fronte all’infinito mondo materico che mi circondava.
Si ispira a qualche artista o corrente in particolare?
Nello specifico no, direi piuttosto che quello che più mi stimola è un insieme di informazioni apprese studiando il mondo dell’arte. A partire da quella povera, di Pino Pascali; dall’action painting di Jackson Pollock; dall’arte minimale di Donald Judd, Gianni Colombo… Da ognuno di loro ho appreso alcune nozioni che ho cercato poi di trasportare nei miei lavori.
Utilizza soprattutto materiali inusuali: come li sceglie?
La ricerca di nuovi materiali mi ha sempre incuriosito, portandomi alla sperimentazione della “biologia industriale” propria del contemporaneo. L’utilizzo di prodotti altamente tecnologici, che spesso “vivono” celati a causa dell’uso settoriale al quale sono deputati, mi stimola a proporre una decontestualizzazione tesa a enfatizzare la materia che, il più delle volte, si pensa sterile e inerte.
I suoi lavori si inseriscono nell’ambito contemporaneo, ma c’è qualcosa di primitivo nelle sue opere, come se volesse reinterpretare (o recuperare) le origini dell’uomo alla luce del terzo millennio. Che cosa “salverebbe” del passato più remoto e cosa invece “scarterebbe” del giorno d’oggi?
Utilizzo materiali propri del contemporaneo, ma che vivono fortemente del passato attraverso la tecnica che uso prevalentemente, la tessitura: un lento ricamo che trasforma il prodotto industriale in organismo biomorfo informe in cui prospera un’energia intrinseca che prolifera spontaneamente. Il passato non può che essere un infinito contenitore dal quale attingere informazioni e spunti che poi devono essere fatti propri. Dell’oggi, invece, scarterei la chiusura di un mondo che professa libertà creativa ma che in realtà fatica a dar spazio alle nuove idee, alle giovani personalità; difficilmente l’artista è considerato come un qualcuno che svolge un mestiere fine a se stesso, alla pari di un designer, architetto, medico.
Forme stilizzate, linee e curve, essenziali ma intense. Che cosa vogliono esprimere le sue creazioni?
Il senso nasce dalla collaborazione tra artista e spettatore, che diviene compartecipante dell’opera stessa. Voglio comunicare non solo impressioni visive ma anche indurre ricordi tattili. Toccare per memorizzare sensazioni, così che i miei lavori invitino i sensi a esplorarle e il corpo a plasmarle, sprofondando nella sofficità dei grovigli tessuti e, a volte, mutandone addirittura la forma.
Qual è il suo rapporto con la natura? Come si inserisce nelle sue creazioni?
Provo un certo piacere nell’intrecciare le materie plastiche evitando di forzarle all’interno di griglie-telai precostituiti: mi piace assecondarle per simulare un effetto verosomigliante. Parto dall’osservazione del dato naturale per rielabolarlo, metamorfizzarlo nella creazione di strutture che dialogano con lo spazio e stimolano l’interazione con il fruitore.
Nei suoi lavori tatto e vista sembrano essere sullo stesso piano. Nell’atto creativo, segue più l’istinto o sa già prima di iniziare che forme avrà la sua opera?
I sensi sono fondamentali, attraverso quelli percepiamo e facciamo esperienza nel mondo che ci circonda; un lavoro può nascere da entrambe le situazioni, ma la maggior parte delle volte è il materiale stesso che mi stimola la creazione: la volontà di donare una seconda possibilità, una seconda vita a materie nate per tutt’altro uso mi spinge a pensare a come rielabolarle, secondo l’intreccio o l’assemblaggio, per stupire e divertire chi si troverà poi davanti ai miei lavori.
Installazioni, scultura, design… Ha mai pensato alla pittura?
La pittura non è per il momento un mezzo espressivo a me congeniale. Feci svariate prove durante il periodo accademico, ma senza raggiungere grandi risultati. Alla figurazione preferisco l’astrazione, al pennello prediligo la materia tridimensionale, sensuosa e tattile.
Qual è il suo rapporto con il mare?
Assolutamente diretto! Marazul ne è una prova: un grande mare artificiale che si esplica attraverso filamenti di gommapiuma blu intrecciati nella griglia di una grande rete da pesca. L’opera prende vita attraverso l’intervento del fruitore, che una volta sprofondato col corpo tra le protuberanze della materia ne cambia inevitabilmente la forma, e Marazul diviene come mare le cui onde proliferano e muovono la materia.