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Cristiano Gatto

Aziende 1 marzo 2011

Scultore per passione, è specialista in interior design e decorazione di grandi yacht custom. Considera riuscito il suo lavoro quando l’ambiente gli sembra un’opera... Cristiano Gatto

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Dentro il bello vivi meglio
Scultore per passione, è specialista in interior design e decorazione di grandi yacht custom. Considera riuscito il suo lavoro quando l’ambiente gli sembra un’opera d’arte e non un insieme di oggetti di design

pensieri e parole raccolti da Silvia Montagna
ritratti di Andrea Muscatello

Appassionato di tutto ciò che richiama la cultura artistica, Cristiano Gatto è cresciuto in una città, Venezia, tra i simboli dell’arte italiana per eccellenza, dove ha studiato all’Accademia delle belle arti specializzandosi in scultura. Dopo alcuni anni di esperienza in studi di design industriale e progettazione di ambienti pubblici e privati, entra nel mondo della nautica con Nuvolari & Lenard, occupando vari ruoli, da disegnatore a responsabile degli interni e project manager, fino a che, nel 2001, decide di aprire il proprio studio e specializzarsi nella progettazione di interni.
Quali sono le linee guida del vostro team?
Lo studio si occupa di interior design e decoration. Come prima cosa, seguiamo il progetto dalla fase embrionale: creiamo il layout e il concept di distribuzione degli interni e dei percorsi.
Il secondo stadio del nostro lavoro consiste nell’interpretare uno stile o nel trasferire le esigenze del cliente dal punto di vista stilistico con bozzetti su cui tentiamo di catturare il tipo di ambiente e di mood che l’armatore vorrebbe ottenere. Da qui arriviamo alla fase effettiva: andare nel dettaglio del progetto. Poi si passa alla costruzione degli arredi e, infine, alla parte più divertente per me: da un lato il controllo di produzione, dall’altro la decorazione, ovvero la scelta dei materiali, dei tessuti e la loro lavorazione fino all’ambientazione delle opere d’arte e degli elementi di ornamento.
Quando per lei l’architettura diventa design?
Qualsiasi oggetto disegnato può avere una valenza architettonica e non tutti gli oggetti architettonici sono necessariamente design.Il prodotto oggi, a parte alcuni elementi di disegno elevato che cercano di dare delle risposte sia funzionali che estetico-culturali, molto spesso è di industrial design, quindi deve tener conto delle logiche di produzione e non di quelle di architettura.
Gli yacht stanno diventando sempre più complessi: devono essere arredati e comodi come delle case, divertenti come dei giocattoli mantenendo, però, le caratteristiche per le quali sono nati, cioè sapere navigare. Come convergono questi elementi per formare un oggetto completo e bello?
Non credo che la barca possa prescindere dal fatto che va in mare e che naviga, anche se il nostro lavoro è prettamente di design e di decorazione. Quello che tento di fare è far sì che l’esperienza della vita a bordo sia il focus del nostro lavoro. La funzione di ogni oggetto che disegniamo è per vocazione legata all’ambiente in cui si crea. Quando realizzo una poltrona, la faccio per quel determinato posto, con quella finestra e con l’idea che chi si siede vedrà un determinato panorama. Credo che il nostro progetto sia sempre unicamente ritagliato sul tipo di utilizzo che ne verrà fatto più che sull’aspetto di stile di architettura.
L’estetica dell’oggetto può limitarne la praticità oppure la completa?
La funzione non è mai un limite all’estetica. La decorazione che noi applichiamo può essere più o meno invasiva ma non deve limitare la finalità. Il primo lavoro che facciamo è creare un oggetto con uno specifico utilizzo. Certo, adottiamo quelli che sono i nostri desideri e assecondiamo le mode, ma la funzione non può prescindere.
Pensa che il ruolo dell’architetto di yacht deve essere quello di mero “esecutore” dei desiderata di un armatore o può permettersi anche di essere una guida nella creazione di un ambiente a bordo?
Noi siamo dei traduttori con la capacità o la necessità di comprendere il cliente, nel linguaggio, nella cultura, nel modo di vivere e nei desideri più o meno segreti. L’oggetto che costruiamo ha uno scopo, cioè corrispondere ai bisogni dell’armatore. Tutti gli input che lui ci dà devono essere trasferiti alla produzione, agli artigiani. Tra questi c’è anche la capacità di soddisfare le esigenze calibrando le cose. Non posso dire di essere un mero esecutore di desiderata ma non posso neanche dire di essere un artista che produce per se stesso. Faccio il sarto, devo prendere le misure del cliente, scegliere i materiali migliori, cercare gli artigiani più bravi e sono pienamente soddisfatto quando vedo il cliente che cammina con un abito che gli sta a pennello.
Poi, secondo me, in un ambiente bello vivi e pensi meglio, fai scelte migliori. E questo è uno dei motivi “morali” per cui ho voluto fare questo mestiere.
Quanto conta essere italiani?
Non conta dal punto di vista dell’immagine, ma dal punto di vista culturale. Sono italiano e so che quello che faccio è possibile perché sono nato a Venezia e perché vivo nella campagna dove ci troviamo adesso, a Preganziol. Quando ero giovane andavo nelle chiese barocche, guardavo per ore Tiziano, passeggiavo in piazza San Marco… Non sono cose che ho solo studiato, ma che ho vissuto. Quello che mi irrita è che il “made in Italy” sia considerato come marchio a prescindere dal valore che ha e che nasce dal suo tessuto culturale. E la nostra storia dell’arte è così densa che ancora oggi l’Italia può vivere di rendita.
Quali sono i materiali che fanno e che faranno la differenza, magari legati all’essere “ecosostenibili”?
La nautica, ma anche tutto il mondo del lusso, è basata sulla ricerca del risultato originale e artigianale, dell’eccellenza legata alla qualità del prodotto e non più al brand. Soprattutto dopo la crisi si spendono soldi per oggetti che hanno un valore reale e non solo collegato alla moda. Gli armatori sono molto più presenti nella progettazione rispetto a tre anni fa. Oggi c’è più concretezza nel valore del prodotto e il risultato è la ricerca di materiali pregiati come ebano, galuscià, pelli di pesci trattati, solo per fare qualche esempio, che sono nobili o ricchi d’origine. Un’altra tendenza è quella della ricerca di materiali basici resi “colti” attraverso l’atto dell’assemblaggio, della lavorazione e dell’abbinamento. L’ambiente può essere molto ricco per l’utilizzo di oggetti pregiati ma ancora di più per l’uso di materiali poveri, attraverso particolari forme e abbinamenti .
Quanto è importante la luce a bordo?
È un elemento essenziale degli interni. Nel mio lavoro la considero un vero e proprio materiale. Insieme alle lampade, intese come oggetto di design, è fondamentale per creare il mood dell’ambiente.
Esiste una barca del futuro, quella perfetta?
Fortunatamente non ce ne sarà una ma molte. Noi non progettiamo oggetti di massa, di tendenza del mercato, ma articoli pensati ad hoc per un singolo, quindi è ovvio considerare perfetto l’oggetto ideale per quella determinata persona. Vivo a contatto con molti armatori e nel momento in cui sto disegnando qualcosa per me quello è l’oggetto migliore.
Quindi se io le chiedo qual è il lavoro che le ha dato maggiore soddisfazione mi dice che è l’ultimo?
No. Ci sono dei progetti, degli oggetti da cui ho imparato e con questi mi sono divertito di più, come per esempio la volta in cui l’armatore mi ha dato carta bianca fino al varo. Questo è un prodotto che rimane un po’ mio perché quella sarebbe stata la barca che avrei costruito per me.
Il bello di fare il mio mestiere è che ogni volta, anche se ti vengono dati dei paletti, hai un foglio bianco su cui disegnare. Ho la fortuna di seguire la costruzione con degli artigiani bravissimi da cui posso imparare a realizzare un oggetto in tempi abbastanza rapidi. Un altro momento interessante per me è stato la realizzazione di una barca per un armatore diversamente abile, creando “funzione” in un ambiente non ospitale per consentire al cliente con difficoltà motorie di sentirsi a proprio agio. È stata una grande soddisfazione perché questo è fare architettura.
E il lusso che cos’è?
Il lusso è proprio questo, stare bene con se stessi. Tutte le persone che ho incontrato come armatori hanno in realtà questo bisogno primo: sentirsi bene senza porsi il problema di chi ti sta vicino: per quale motivo ti sta vicino? Ha bisogno di te? Quando sei molto ricco tanta gente ti frequenta solo per le possibili opportunità che ne può ricavare. Riuscire a cancellare questa sgradevole sensazione e creare degli spazi dove una persona milionaria possa recuperare l’ambiente circostante privandosi delle barriere sociali è sicuramente lusso.
Se dovesse descriversi, come si definirebbe nel suo lavoro?
Una volta un amico, poco prima della consegna della nave, mi ha detto: «Certo che tu scolpisci proprio gli ambienti». Ho amato molto questa descrizione. Lo spazio abitato deve diventare un’opera completa, non un insieme di oggetti di design giustapposti, ma essere un tutt’uno.
Secondo lei, se la barca fosse una persona, sarebbe un maschio o una femmina?
Una donna. È un oggetto estremamente complesso, quasi “schizofrenico”, con desideri e bisogni contrapposti: la velocità e l’assenza di vibrazioni, il party-time e l’assenza di rumore, il comfort, l’eleganza, l’austerità… insomma un insieme di modi di essere che la fanno sicuramente femminile.