Brunello Acampora Brunello Acampora
Da sempre affascinato da tutto ciò che è innovativo, con il suo studio Victory Design esplora le frontiere della progettazione navale, con un’accurata ricerca... Brunello Acampora
L’evoluzione è poliedrica
Da sempre affascinato da tutto ciò che è innovativo, con il suo studio Victory Design esplora le frontiere della progettazione navale, con un’accurata ricerca tecnologica e un approccio multidisciplinare in grado di aprire le menti a nuove soluzioni e di condurre oltre la crisi
pensieri,  parole e immagini raccolti da Franco Michienzi
Nasce a Napoli nel 1966 e cresce tra la città e l’isola di Capri. L’amore per la nautica esplode nel 1975, quando suo padre acquista il Drago, un day cruiser tra i più veloci presenti sul mercato all’epoca. Era stato progettato da Renato Sonny Levi, una figura importante che ispirerà Acampora in tutta la sua vita professionale.
Nel 1985 si trasferisce a Southampton (Inghilterra) per studiare Yacht and Boat Design e lavora nell’ufficio tecnico della Cougar Marine. In questo periodo frequenta anche la casa e lo studio del maestro Sonny Levi, il suo idolo, che vive sull’isola di Wight. Nel 1989 fonda a Torino lo studio Victory Design che, all’inizio, si occupa quasi esclusivamente di imbarcazioni da competizione, catamarani classe 1 offshore, e veloci monocarena per gare come la Venezia-Montecarlo. Victory Design cresce negli anni e diventa una struttura con un approccio multidisciplinare: progetta barche da competizione, imbarcazioni da diporto, mono e multiscafi, in vetroresina, legno, alluminio e composito, eliche, timoni, carene, sistemi propulsivi, componenti e accessori. Collabora con i protagonisti della nautica da diporto tra cui i Gruppi Rodriguez, Azimut e Ferretti: quest’ultimo gli affida incarichi per Pershing, Bertram, Riva, Custom Line, Ferretti Yacht, Crn, Apreamare. Progetta “Italian Lobster Style” delle ormai famose Mochi Dolphin, un successo su scala mondiale che ha completamente riposizionato il marchio Mochi Craft.
Nel 1999 Acampora fonda, come costola di Victory Design, la Flexitab con l’obiettivo di progettare, produrre e commercializzare componenti per la propulsione e il controllo navale ad alta tecnologia.
Nel 2000 Acampora si trasferisce e sposta l’attività di Victory Design nella sua città natale, Napoli.
Chi è Brunello Acampora?
Sono ancora alla ricerca di questa risposta: un uomo molto curioso e molto fortunato, che nella vita ha incontrato una serie di personaggi e collaboratori speciali. È successo un po’ per caso e un po’ perché me li sono andati a cercare, sia professionalmente sia a livello familiare.
Da dove nasce il suo bisogno di fare tante cose differenti tra di loro?
So che corro il rischio di essere dispersivo, disordinato, a volte inconcludente però sono fatto così: sono curioso e mi piace imparare. Sono anche un perfezionista, mi perdo nei dettagli perché è quasi un bisogno fisiologico e da un punto di vista ingegneristico distribuire il rischio è un aspetto positivo. Sono un piccolo imprenditore in tante aree diverse e cerco un collegamento trasversale tra argomenti che apparentemente non hanno un nesso logico: mi piace conoscere in una cava di marmo qualcosa che poi posso utilizzare nel disegnare un packaging di un profumo e seguendo il mercato del profumo imparo qualcosa sulla percezione del lusso che cerco di trasferire al progetto di una barca. 
Lei è un uomo di ricerca e la ricerca è forse l’unica chiave che oggi ci può consentire di guardare al domani con un po’ di fiducia dopo la crisi. Che cosa ha fatto lei per affrontare questa situazione?
La rete di sicurezza è stata appunto la frammentazione di interessi; se avessimo deciso di cedere alle lusinghe dei risultati strabilianti di uno o due anni di bilancio di qualcuna delle mie società legate alla nautica e avessimo tralasciato altre attività, magari più difficili da gestire, ora ci troveremmo in seria difficoltà. Invece cerchiamo di creare un sistema, una sorta di gigantesco “back office” in termini di conoscenze, dove gli architetti fanno il lavoro degli ingegneri, e viceversa: questa poliedricità, seppur con sacrifici e privazioni, ci ha consentito di credere e di andare avanti con tutti i nostri progetti. Abbiamo fatto molta ricerca anche nel senso più classico del termine, attraverso dei programmi finanziati da fondi europei. Circa l’80-90% riguarda il settore della produzione navale e abbiamo avuto la forza di continuare dei discorsi iniziati 10-12 anni fa insieme a Renato Sonny Levi.
Com’è il rapporto con Sonny Levi?
Nei suoi confronti provo una enorme stima professionale e umana. È stato il mio eroe quando ero un adolescente ma oggi si è creato un rapporto maturo, perché nel frattempo sono riuscito a coronare il sogno di bambino di diventare progettista di barche.
Possiamo dire che lui è il padre della nautica moderna?
Lui ha dato un contributo enorme anche nel definire quello che deve essere il ruolo del progettista come figura professionale. È un poliedrico: ha fatto aeroplani, barche a vela, in legno, in alluminio, monocarena, trimarani, catamarani e adesso è un uomo che dipinge, ama la musica, parla molte lingue e non so quanti dialetti indiani. È un uomo che ogni mattina mette in discussione tutto ciò che ha fatto fino al giorno prima: è un’evoluzione continua, sempre proiettato verso il futuro.
Un altro mito e un altro punto di riferimento è sicuramente suo padre, un uomo molto particolare. Che cosa le ha trasmesso?
Bruno Acampora (celebre nome nell’industria dei profumi, ndr) mi ha dato il senso della vita, della bellezza, della gioia, del buon vivere, il self-control. Ricevo continue testimonianze di affetto per lui: a Capri ancora oggi rispondo a 10-15 telefonate di marinai locali che mi raccontano quanto manca loro mio padre.
È stato condizionato anche negativamente da questa figura così importante?
Io sono fuggito da Napoli perché queste figure avevano un carattere pesante e ingombrante. Parlo anche del mio padre putativo Luciano Ferretti, che si è sposato con mia madre quando io avevo 4 anni, e mi ha insegnato molto a livello umano e dal punto di vista imprenditoriale. A 18 anni, poi, sono andato a Southampton a studiare progettazione navale.
Se dovesse fare una classifica delle cose che le piacciono di più, in assoluto, che cosa metterebbe al primo posto?
Mi piace sperimentare in qualunque settore e nello stesso tempo mi piace scoprire il mondo. Adoro la conoscenza approfondita di alcuni luoghi perché bisogna avere una cultura globale ma nello stesso tempo delle sacche di conoscenza specifiche sotto vari punti di vista.
La barca, in un certo senso, è un mondo tutto da analizzare, scoprire, inventare; quando pensa a uno yacht su che cosa si focalizza all’inizio?
Nel diporto l’oggetto ludico non si può permettere il lusso di non essere bello, ma contemporaneamente deve essere anche funzionale. Una barca che naviga male è sempre brutta mentre una nave che naviga molto bene difficilmente lo è. La bellezza è come la musica, è qualcosa che genera un piacere reale nell’osservarla e nel toccarla. Non ci sono standard assoluti (non ho mai pensato di imporre uno stile Acampora o Victory) ma bisogna cercare una chiave estetica armoniosa. 
Secondo lei in questi anni i cantieri italiani hanno capito l’importanza di avere un mezzo efficiente che faccia della buona navigazione uno dei suoi must?
Assolutamente no. Chi ha fatto una bandiera dell’efficienza delle proprie barche in genere si è completamente dimenticato delle esigenze reali del mercato; poi sono arrivati i manager delle ricerche di mercato e gli imprenditori della nautica li hanno seguiti al 100%, basandosi sulle loro indicazioni e dimenticando il resto. Hanno assecondato il cliente in modo assoluto, ma il compito del progettista dovrebbe essere, invece, anche quello di educare garbatamente la clientela, senza nessun tipo di arroganza. 
Forse però, in questo modo, è stata fatta una selezione degli armatori che ha portato a una richiesta di maggiore efficienza nautica…
Mi auguro che sia così, però in questo momento storico non mi sembra così evidente il nesso tra la distribuzione della ricchezza e la competenza in generale. Anzi, c’è il rischio che a volte accada l’esatto contrario.
Quale potrebbe essere una barca “anticrisi”?
Credo che in questo momento sia importante non prestare particolare attenzione al prodotto. La barca è solo un anello dell’esperienza del mare. È un oggetto che richiede un investimento altissimo e che sottopone l’armatore a una serie di stress, dal rimessaggio all’ormeggio, alla manutenzione, al marinaio, alle norme di navigazione, all’assistenza quando hai un’avaria. Bisogna offrire al cliente più servizio e meno “prodotto”, bisogna tutelare l’esperienza del mare, fare in modo che torni a essere piacevole e non fonte di problemi o di spese. 
Chi deve intervenire?
L’industria e l’imprenditoria, che devono cogliere le reali esigenze e offrire qualcosa per cui valga davvero la pena spendere la somma di denaro ingente necessaria per comprare uno yacht.
Tra i bisogni di un armatore c’era anche quello di dimostrare il proprio stato sociale e il raggiungimento della propria posizione. Questo aspetto esiste ancora?
Sì e non morirà mai. I gioielli esistono per questo, tutto il mondo del lusso ha sempre una valenza di status symbol, in parte. Io non lo critico, ma se parliamo sempre e solo di questo aspetto è una bolla che nasce e muore. Per esempio, non esiste una barca che non è stata ancora fatta, ce ne sono di tutti i tipi e per tutti i gusti, ma il prodotto vero e proprio rischia di diventare inutile e vuoto se non si parla anche di nautica e di navigazione vera e propria. 
(Novembre 2012)