Andrea Agrusta – NavalHead, parola d’ordine? Innovare  Andrea Agrusta – NavalHead, parola d’ordine? Innovare 
Giovani, emergenti, con le idee molto chiare, Andrea Agrusta guida un team di progettisti che si sta mettendo in luce per l’originalità, la ragione e il... Andrea Agrusta – NavalHead, parola d’ordine? Innovare 

Giovani, emergenti, con le idee molto chiare, Andrea Agrusta guida un team di progettisti che si sta mettendo in luce per l’originalità, la ragione e il sentimento.  

di Luca Sordelli, foto Andrea Muscatello

Idee molto chiare. Andrea Agrusta mi accoglie nel suo studio nel centro di Trieste e mi sommerge di parole. Anzi, mi accolgono in otto. Tutti giovani, età media 31 anni, arrivano da tutte le regioni d’Italia, anche dalla Croazia. Giovani, con una grande passione e molto agguerriti. Il loro ambito di progettazione spazia dai grandi yacht come i nuovi Ilumen di Dominator che hanno stupito tutti nelle ultime stagioni, passando da barche, anche a vela, di taglie decisamente minori, sconfinando poi nell’ambito dei piccoli sottomarini e delle house boat. Andrea Agrusta

La prima parola per descrivere Navalhead? Innovazione, mi dice Andrea. «È il concetto intorno al quale organizziamo tutto il nostro lavoro. Ma non si tratta solo di voler essere “avanti” con i nostri progetti, le nostre linee, forme o soluzioni tecniche. Ma anche come approccio, metodologia di lavoro».

Andrea Agrusta ha fondato Navalhead nel 2010 e intorno a lui si sente una bella atmosfera di squadra. Il presupposto per entrarci, oltre alle competenze tecniche, è saper navigare e conoscere il mare. «Vogliamo essere un po’ fuori dagli schemi – prosegue Andrea – Noi siamo uno studio di progettazione che significa prima di tutto ordine, precisone, affidabilità, ingegneria, ma cerchiamo di unire a tutto questo una buona dose di creatività. Operazione non facile visto che abbiamo a che fare con oggetti molto complessi e con le esigenze del design del “bello”, delle richieste di armatori e committenti».

Allora bisogna inventarsi strade nuove, esplorare nuovi terreni… «Si, assolutamente. Per raccontare come lavoriamo mi piace sottolineare che ogni mattina partiamo qui in studio con un brainstorming di 15 minuti, senza scaletta. Si mettono in comune idee, stimoli, sogni.  I pensieri della notte.  Dico sempre che qui l’obiettivo è fare la barca del futuro».

Andrea AgrustaBello, suona molto bene. Ma è anche molto impegnativo«Vogliamo proporre idee nuove in ogni aspetto della progettazione nautica, anche nelle soluzioni strutturali, per i materiali e le carene. Noi qui, ad esempio, lavoriamo molto sull’idrodinamica. E non abbiamo paura di osare e di prospettare soluzioni nuove ai nostri committenti. Mentre il design negli ultimi anni si è molto evoluto, la progettazione tecnica navale è molto strutturata, ancorata a vecchi schemi».

Tanta voglia di inventare è facile da far passare, siete anche molto giovani«Siamo giovani. Ma con molta esperienza. Io faccio questo mestiere da 13 anni e ho disegnato barche grandi e piccole, a vela e a motore. Ho lavorato come studio esterno, ma anche all’interno dei cantieri, anche in questo caso sia piccoli che molto grandi, come Fincantieri. Esperienze che fanno crescere molto. E poi se vediamo che il cliente ha qualche dubbio su qualche idea “strana” lo portiamo alla prova in vasca, se poi qualcosa non funziona paghiamo noi la sperimentazione, il modello e la prova. Ci piace trasmettere la nostra passione, crediamo molto in quello che facciamo e si vede, si percepisce».

A questo punto la domanda centrale ad Andrea Agrusta sorge spontanea, come dovrebbe essere fatta questa barca del futuro? Quali sono i concetti cardine per la sua progettazione? «Deve essere veramente vivibile. Deve navigare bene e deve essere eco-logica. Ma sono tre concetti che vanno spiegati bene…».

Prego. «Innanzitutto va ricordato che il nostro primo obiettivo è che l’armatore a bordo stia bene. È abituato a standard altissimi nella sua vita di tutti i giorni e bisogna essere capaci di riproporglieli. Ma le barche sono fatte per navigare. Devono essere barche vere. Non possono essere ville galleggianti, troppo pesanti, con prue troppo piene. Sembra una contraddizione irrisolvibile, ma se si è capaci di partire, sin dall’inizio, da una progettazione tecnica che abbia un approccio globale, allora ce la si può fare. Si capisce subito in partenza cosa chiede il committente, ci si pone dei limiti, e da lì in poi tutto viene pensato e progettato in quell’ottica».  

Rimane il tema della barca eco-logica. Spesso suona molto più come un messaggio di marketing, che non un vero obiettivo. «Attenzione, non si tratta solo di adottare delle propulsioni elettriche. Il problema è più ampio. Non è il combustibile che conta, ma essere capaci di creare uno yacht che abbia il minor costo energetico possibile. Si lavora su tutto: pesi, forme, propulsioni, linee esterne e interne. Su ogni singola vite. Tornando al discorso di prima, viene pensata, sin dal primo istante, con questo obiettivo».

Ma gli armatori capiscono, apprezzano tutto questo? «Ci si lavora, con pazienza. Ma quando riscoprono il bello di navigare, allora si entusiasmano». 

Una domanda di rito: si sa che ogni barca è un po’ un “pezzo di cuore” per il suo progettista. Dovendo scegliere, ne esiste una a cui è particolarmente affezionato? «Una che ricordo con molto piacere è il Maxi Doplhin 51 Power, fatto quando lavoravo ancora all’interno dello Studio Starkel. Motoscafone realizzato in serie limitata dove, per la prima volta ho dato forma a questi concetti. Leggerissima, una delle prime con Ips, con due motori da 435 cavalli viaggiava a 37 nodi. Era il 2005 e il nostro concorrente diretto per fare la stessa velocità montava due linee d’asse con due motori da 1.100 cv. Eravamo anche troppo moderni. Erano ancora i tempi dei fasti della nautica, in pochi pensavano a risparmiare cavalli e litri/ora, alcuni armatori ci chiedevano: ma come? Così poca potenza, funzionerà?».

Per voi questo è un momento di grande crescita. Avete molti progetti ai quali state lavorando? «Sì, a cominciare da Ilumen, dove a breve vareremo Zalanka e Cadet V, uguali nella forma, ma molto diversi per filosofia e tipo di sistema propulsivo, uno con pod Reintjes, l’altro con trasmissioni in linea d’assi. Abbiamo in lavorazione anche un 32 metri e un 38 in vetroresina, oltre a un 38 metri in metallo e un 33’ natante per un armatore sloveno. Uscendo poi dall’ambito delle barche tradizionali stiamo progettando anche un piccolo sommergibile da diporto a 5 posti dal prezzo ragionevole per i villaggi turistici e infine una grande commessa per 168 house boat per la laguna veneta. Anche in questo caso non si tratta solo di case galleggianti, sono catamarani che navigano veramente, lunghi 11,5 metri e larghi 6,5, omologati in classe C». 

(Andrea Agrusta – NavalHead, parola d’ordine? Innovare  Giugno 2018)

 

 

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